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Il tecnico biancoceleste Simone Inzaghi a 360° sulla Lazio

Dopo il debutto in serie A il 14 settembre del 1998 di lui Gianni Mura scrisse: “Credo che non sarà una meteora”. Non lo è stato. Quasi vent’anni dopo, Simone Inzaghi è a Formello per preparare la Supercoppa di domenica.

Una lavagna alle spalle, i magneti blu che marcano i rossi, la caccia il primo titolo da allenatore dopo i sette da calciatore, tutti con la stessa maglia della Lazio dove è arrivato 18 anni fa senza andarsene. Inzaghi si è lasciato andare a una lunga chiacchierata ai microfoni de La Repubblica“Eppure non saprei spiegare cos’è la Lazialità a chi viene da fuori e non conosce Roma. Io vivo ai Parioli, che è come dire nel cuore di questo sentimento. Forse ho capito fino in fondo la malattia del tifo quest’anno, dopo tre derby vinti, una felicità che mi è parsa più grande di quella per scudetti e coppe”. Pensare solo al derby non le pare un limite? “Un po’ è così. Ma Roma è questa. È sempre stata così e non cambierà. Andavamo in casa del Sassuolo, i tifosi in strada mi chiedevano di far giocare la primavera per risparmiare i titolari per il derby. Lo so, non si può capire. Dopo vent’anni ci riesco”. Chi le ha messo il calcio in testa? “Papà portava Pippo e me allo stadio a vedere il Piacenza in C1, 5 km in macchina da casa, e a noi pareva di andare a vedere il Real Madrid. Quando potemmo fare una foto con Mulinacci, il numero nove, ci parve di abbracciare Di Stefano. Con Pippo poi c’erano queste lunghe sfida nel cortile di mio nonno Gino, o in mansarda, scalzi, con una palla fatta di calze arrotolate. Un giorno entrai duro e gli ruppi un dito del piede, lui era nelle giovanili del Piacenza. Raccontammo che era caduto dalle scale”. Ha in cornice il diploma da ragioniere o quello di Coverciano? “In cornice ho solo la maglia con cui feci 4 gol al Marsiglia, nel 2000. È quella la mia laurea. Il primo a esserci riuscito in Champions. La sera, in cui ne vidi fare quattro a Messi in un’ora contro il Leverkusen, iniziai a pregare Guardiola davanti alla tv: toglilo, toglilo, fallo riposare. Segnó il quinto a tre minuti dalla fine. Pippo a La Coruna ne aveva fatto tre, più una traversa all’85’. Così sono almeno rimasto l’unico italiano”. Cosa le ha insegnato il calcio più della scuola? “L’autonomia. A cavarmela da solo. A 17 anni sono andato via di casa, prima Carpi, poi Novara, Lumezzane, e tutto ha smesso di essere facile. Non giocavo nemmeno tanto, e se giocavo prendevo botte. Avevo offerte da Atalanta, Inter, Milan. Mia madre invece era convinta che mi facesse bene, meglio cominciare così, tanto se devi arrivare, disse, arrivi lo stesso. Una profezia”. È più pesante la maglia di Chinaglia o la maglia di Maestrelli“Il peso di una maglia lo dividi con altri 20 compagni. Un allenatore è sempre un uomo solo, ed è pure responsabile dello staff, della squadra, delle aspettative della folla. Io credo che tutti abbiamo un destino. Nel mio c’era la Lazio, forse fin da quando le ho segnato da avversario il mio primo gol in serie A. Non conosco Bielsa, non l’ho mai visto né sentito, ma dopo le sette partite finali del 2016, sapevo che la panchina era mia. Aspettavo solo la chiamata di Lotito, sentivo che sarebbe arrivata anche quando nel frattempo si parlava di Bielsa”. I calciatori sono molto cambiati in 20 anni. A cosa le serve la sua esperienza? “A Coverciano insegnano che non si devono spiegare ai giocatori le scelte fino in fondo. Io faccio il contrario. Ne ho avuti di allenatori che mi raccontavano frottole per lasciarmi fuori. Non lo sopportavo e non lo faccio. Le bugie non portano lontano. In questo almeno il calcio non cambia mai”. Come si parla a un calciatore che vuole andare via? “Se vogliono andar via è sempre più difficile convincerli arrestare. Con Biglia ho parlato, e pure tanto. Mi è dispiaciuto vederlo partire, ma alla fine se in un posto non rimani volentieri è meglio salutarsi. Più giusto per tutti, anche se fa male. Con Keita non so come andrà finire, ma fino a quando sarà della Lazio giocherà per la Lazio”. Anche domenica? “Io non ho imbarazzi nel metterlo in campo contro la Juventus. L’imbarazzo dovrebbe provarlo chi consente a un calciatore di giocare due partite in un posto, salutare e andare via. È diventata quasi un’abitudine, ci siamo rassegnando. L’errore non è avere Keita sul mercato il 10 agosto, l’errore è che il 10 agosto il mercato è ancora aperto. Alle partite ufficiali bisognerebbe arrivare con le squadre definite, con le trattative chiuse. Se non è possibile chiudere il 31 luglio, almeno il 10 agosto. L’ho già detto, e non sono il solo a pensarlo”. Sì è più credibile con i calciatori dopo una carriera rigorosa a base di bresaola o se hai commesso qualche sbaglio? “Io sono stato un professionista serio ma ho fatto pure qualche stupidaggine, tipo un rigore tirato con uno scalino sul tre a zero al 90º”.

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Biografia autore

Danilo Tramontana

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