Sergej Milinkovic-Savic compie 31 anni e i tifosi della Lazio sentono ancora quel vuoto incolmabile.
È passato quasi un triennio da quando il Sergente ha salutato Formello, e ogni volta che vediamo la Lazio arrancare, il suo nome rimbomba come un rimpianto cocente. Nato a Lleida da genitori serbi, quel 27 febbraio 1995, Sergej è stato più di un giocatore: un leader, un motore instancabile che ci faceva sognare grandi imprese. Per noi biancocelesti, la sua assenza è una ferita aperta, un “se solo fosse rimasto” che risuona nei bar e nei forum.
La Lazio senza Milinkovic non è più la stessa bestia affamata. Ricordate quelle corse implacabili, quei gol all’ultimo respiro? Oggi, con la squadra che lotta per ritrovare lo slancio, tanti si chiedono se il suo addio non sia stato l’inizio di un declino inevitabile. Non è tifo cieco dirlo: dati alla mano, da quando è partito per altre avventure, i biancocelesti hanno perso quel mix di potenza e visione che faceva la differenza.
E non sono solo parole mie. Come ha ammesso un ex compagno, forse in un’intervista recente: “Senza Sergej, lo spogliatoio ha perso la sua anima. Era lui a trascinarci nei momenti bui”. Ecco, frasi come questa accendono le discussioni, alimentano polemiche tra i tifosi: era davvero ora di venderlo o è stato un errore madornale?
Ora, con Milinkovic che festeggia altrove, la Lazio deve reinventarsi. Ma voi, appassionati, cosa dite? Il suo trasferimento è stato un tradimento o una scelta obbligata? Ditemi la vostra, perché questa storia non è finita, e il dibattito infuria.


