Nel 2010, Roberto Baggio accetta l’incarico nel Settore Tecnico della FIGC con un obiettivo ambizioso: cambiare dalle fondamenta il calcio italiano. Nasce così il cosiddetto “dossier Baggio”, un documento programmatico che mirava a riformare soprattutto il sistema giovanile, considerato il vero punto debole del movimento.
Al centro del progetto c’era una visione chiara: mettere il talento al primo posto. Baggio criticava un sistema troppo focalizzato sul risultato immediato, dove la tattica soffoca la creatività. La sua proposta ribaltava questo paradigma: meno schemi rigidi nei giovani, più libertà di espressione, più tecnica e sviluppo individuale. Un modello ispirato alle riforme di Spagna e Germania, capaci di costruire identità di gioco forti e durature.
Il dossier prevedeva anche una formazione più avanzata per gli allenatori, chiamati a essere educatori oltre che tecnici, e un potenziamento delle strutture federali per garantire standard uniformi su tutto il territorio nazionale. Un’idea di calcio moderna, sistemica, proiettata al lungo periodo.
Eppure, questo progetto non è mai stato davvero applicato. Resistenze interne, interessi consolidati e una cultura calcistica conservatrice hanno frenato ogni tentativo di cambiamento. Nel 2013 Baggio lascia il suo incarico, segnando di fatto la fine di quella rivoluzione annunciata.
Oggi il dossier Baggio resta il simbolo di una grande occasione mancata: la possibilità di rinnovare il calcio italiano partendo dai giovani, prima che fosse troppo tardi.