Calma, un bel respiro ma ora deponete i forconi. Abbiamo letto i vostri messaggi, i commenti accesi e quel principio di “rivolta popolare” nato non appena a Formello è rimbalzata la parola che inizia con la “T”. “Ma come si fa a paragonare un ragazzo della Lazio a una bandiera della Roma?”, “Chiamatelo Ciro!”, “Dite che somiglia al Cholo o a Vincenzo D’Amico!”, sono state le vostre considerazioni. Avete ragione su tutto. Sulle bandiere non si scherza, e l’accostamento cromatico-storico fa venire l’orticaria anche a noi. Ma fermiamoci un secondo a guardare il campo, perché il paragone si basa su una questione puramente balistica, non certo di anagrafe calcistica.
Andrea Tacchi: questione di accortezza (e di leccornia)
Il punto non è la carta d’identità, e nemmeno la fedeltà a una maglia. Il punto è che il ragazzo ha segnato col cucchiaio al suo esordio da titolare con la maglia della Lazio U17. E quando un classe 2010 pensa e riesce in un colpo del genere con la maglia dell’aquila sul petto, le cose sono due: o possiede dentro di sé un briciolo di sana follia, oppure ha il destino segnato. Ora, con tutto il rispetto per la nostra leggenda Ciro Immobile (che amiamo follemente!), Ciruzzo i difensori li abbatteva a suon di sportellate, puntava sugli inserimenti devastanti e con tiri fulminanti sotto la traversa superava i portieri. Ciro era la concretezza fatta bomber. Il “cucchiaio”, lo sappiamo tutti, appartiene ad un altro spirito calcistico: quella della provocazione pura, della sfrontatezza, dell’arte del beffare il portiere facendolo sembrare un passante. E allora, perché il paragone regge proprio con quello là? Perché il “cucchiaio” – piaccia o no – ha un copyright storico che persino il Totti nazionale ha dovuto registrare. Dire che un gol somiglia a quelli di Totti non significa volergli dare le chiavi di Trigoria, significa semplicemente riconoscere un gesto tecnico che ha fatto la storia del campionato italiano negli anni Duemila.
Il tocco di classe non ha colori
Se avessimo voluto paragonarlo a Vincenzo D’amico avremmo dovuto parlare di tunnel fatti camminando, di punizioni pennellate all’incrocio e di una genialità mista a pigrizia divina che appartiene solo a un’era romantica del calcio. L’eroe dello Scudetto del ’74 aveva anche lui lui nel proprio DNA lo “scavetto” o il pallonetto morbido e irridente a tu per tu con il portiere, ma non lo chiamava “cucchiaio”. Questo che viviamo oggi è un calcio di ragazzi moderni, sfacciati, che guardano i video su TikTok e poi vanno in campo a replicare le magie. Quindi, amici tifosi laziali, state sereni: nessuno vuole portare bandiere giallorosse a Formello. Ma se un nostro ragazzo decide di sbeffeggiare i portieri avversari con un pallonetto morbido e vellutato, noi ce lo godiamo con gioia. Anzi, facciamo un’altra cosa, così forse siamo tutti d’accordo: chiamiamolo pure il “cucchiaio alla laziale”. Meno retorica, stessa goduria, e soprattutto… i gol restano tutti nostri.
