Ponte Bailey, la memoria che torna a vivere nel nuovo Flaminio
Dai piloni del vecchio ponte degli anni Sessanta può nascere un nuovo collegamento ciclopedonale sul Tevere: un’opera destinata ad accompagnare il progetto del nuovo Flaminio, ma con possibili benefici per tutto il quadrante.
C’è una parte della storia del Flaminio che potrebbe tornare a vivere proprio mentre il quartiere si prepara a cambiare volto.
Sono i piloni dell’ex Ponte Bailey di Tor di Quinto, la struttura provvisoria realizzata all’inizio degli anni Sessanta per consentire il passaggio del traffico durante la chiusura del Ponte Flaminio. Quando il Bailey venne smantellato, parte delle sue strutture rimasero nel Tevere.
Da allora quei piloni sono diventati una testimonianza quasi dimenticata del passato. Nel tempo, però, sono state avanzate diverse proposte per recuperarli e trasformarli in un nuovo attraversamento pedonale e ciclabile. La stessa area è stata successivamente individuata nella pianificazione del Tevere come possibile sede di una passerella ciclopedonale.
Oggi quell’idea entra anche nella prospettiva del nuovo Stadio Flaminio della S.S. Lazio.
Un ponte diverso da quello del passato
Il progetto non prevede semplicemente di ricostruire il vecchio Bailey.
L’idea è utilizzare i piloni esistenti come base per un nuovo ponte ciclopedonale, collegando più direttamente l’area del Flaminio con quella di Tor di Quinto.
Il collegamento avrebbe una funzione importante anche nell’organizzazione della mobilità legata al nuovo stadio, permettendo di distribuire i flussi dei tifosi e collegare il futuro impianto con percorsi pedonali, ciclabili e aree di parcheggio.
Ma sarebbe un errore considerarlo soltanto un’opera destinata alle partite della Lazio.
Un’opera per tutto il quadrante
Il possibile nuovo ponte potrebbe infatti rappresentare una nuova connessione urbana tra le due sponde del Tevere, utilizzabile ogni giorno da pedoni e ciclisti, indipendentemente dagli eventi sportivi.
Un collegamento in più significa nuove possibilità di spostamento tra Flaminio e Tor di Quinto, una migliore integrazione con la mobilità del quadrante e una distribuzione più ampia dei percorsi utilizzati per raggiungere le numerose strutture sportive e gli spazi pubblici della zona.
Nei giorni delle partite, inoltre, potrebbe contribuire a evitare che l’accesso al nuovo Flaminio sia concentrato esclusivamente sulla viabilità automobilistica.
Non è quindi soltanto una questione di stadio. È un intervento che, se realizzato insieme al resto della strategia di mobilità, potrebbe produrre benefici per un’area molto più ampia.
Dal passato al futuro
Il valore del progetto è anche simbolico.
Il Bailey nacque come soluzione temporanea per un’emergenza viaria. Oggi i suoi piloni potrebbero essere recuperati per sostenere una struttura completamente diversa, pensata per la mobilità sostenibile e per la connessione urbana.
Per la Lazio significherebbe avere un nuovo percorso verso il Flaminio. Per Roma potrebbe significare recuperare una parte della propria memoria trasformandola in una nuova infrastruttura.
E proprio qui sta il valore più importante dell’operazione: il ritorno del Bailey non sarebbe soltanto il ritorno di un ponte, ma la trasformazione di una vecchia infrastruttura in una nuova opportunità per il quartiere.
Il progetto del nuovo Flaminio può quindi essere letto anche in questa prospettiva: non soltanto il recupero di uno stadio storico, ma un intervento capace di mettere in relazione sport, mobilità e riqualificazione urbana.
E quei vecchi piloni, rimasti per decenni nel Tevere, potrebbero tornare finalmente a fare ciò per cui erano stati costruiti: unire due sponde. Questa volta guardando al futuro.
