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Provocazione Lazio: vogliamo buttare fuori Lotito? Benissimo, allora compriamoci la società

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Provocazione Lazio: vogliamo buttare fuori Lotito? Benissimo, allora compriamoci la società
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Da anni, ciclicamente, il popolo laziale vive dentro lo stesso copione. Parte una voce, rimbalza un retroscena, arriva il presunto fondo interessato, spunta l’imprenditore misterioso, si parla di dimissioni, di malumori, di incontri riservati, di offerte miliardarie, di rivoluzioni imminenti. Poi passa qualche giorno, cala il silenzio e Claudio Lotito resta esattamente dov’è.

Il punto è proprio questo: al netto delle chiacchiere, delle indiscrezioni e del “si dice”, oggi non esiste una vera evidenza pubblica di un’offerta concreta capace di cambiare la proprietà della Lazio. Ci sono voci, suggestioni, speranze, talvolta illusioni. Ma la realtà è più dura, più fredda e anche più semplice: Lotito è ancora lì. E la Lazio non è un bar di periferia da rilevare con una stretta di mano. È una società quotata in Borsa, con azionisti, regole, valori, pacchetti di controllo, obblighi e procedure.

Insomma, per mandare via Lotito non basta urlarlo. Non basta uno striscione. Non basta un hashtag. Non basta nemmeno ripetere ogni estate che “stavolta vende”. Perché una società si cambia con i soldi, con una strategia e con una forza organizzata.

E allora ecco la provocazione: se davvero vogliamo buttare fuori Lotito, perché non ce la compriamo noi la Lazio?

Sì, noi tifosi.

Perché il vero rivale potenzialmente più forte di Lotito non è il fondo arabo, non è il magnate americano, non è il misterioso intermediario che compare nei racconti da bar sport. Il vero rivale di Lotito, se volesse davvero organizzarsi, sarebbe il popolo laziale.

La Lazio oggi  dovrebbe valere, in termini di capitalizzazione di mercato, poco più di 110 milioni di euro. La quota di controllo riconducibile a Lazio Events, cioè il cuore del potere di Lotito, è intorno ai due terzi del capitale. Tradotto in maniera volutamente semplice: non parliamo di fantascienza economica, parliamo di cifre enormi per un singolo tifoso, ma non impossibili per una comunità organizzata.

Facciamo un conto provocatorio. Secondo le stime più recenti, i tifosi della Lazio in Italia sarebbero circa 650mila. Se anche solo quella base decidesse di muoversi davvero, la cifra teorica per acquistare una quota rilevante del club diventerebbe molto meno irraggiungibile di quanto sembri. Per arrivare, sulla carta, a una maggioranza azionaria servirebbero circa 55-60 milioni di euro, senza considerare premi, resistenze, mercato, offerte pubbliche o complessità tecniche. Divisi per 650mila tifosi, vorrebbe dire meno di 100 euro a testa.

Per rilevare una quota equivalente a quella oggi riconducibile al controllo, il conto salirebbe, ma resterebbe comunque dentro una dimensione collettiva: poco più di 100 euro a tifoso, sempre ragionando in modo puramente teorico.

E allora la domanda diventa scomoda: se davvero la Lazio è nostra, quanto siamo disposti a mettere per renderla nostra anche nei fatti?

Attenzione: questa non è una chiamata all’acquisto di azioni, né un consiglio finanziario. È una provocazione politica, culturale, sentimentale. Però serve a smontare una grande ipocrisia del calcio italiano: tutti vogliono il cambiamento, pochi vogliono pagarne il prezzo. Tutti vogliono il presidente ricco, generoso, illuminato, tifoso, moderno, ambizioso. Ma quando si passa dalla rabbia al portafoglio, spesso il popolo si fa improvvisamente prudente.

Noi italiani siamo bravissimi a parole. Siamo maestri nel dire “bisogna fare”, “qualcuno deve intervenire”, “serve una svolta”, “bisogna liberare la Lazio”. Ma poi, quando quel “qualcuno” dovremmo diventare noi, il discorso cambia. Il cuore resta grande, ma il braccino spesso si accorcia.

E qui sta il vero vulnus di questa idea meravigliosa: i soldi.

Perché il modello del tifoso proprietario esiste. Il Barcellona, pur con tutte le differenze giuridiche e storiche del caso, è il simbolo di un club vissuto come patrimonio dei soci. Non è una società quotata come la Lazio, non funziona con le stesse regole, ma rappresenta un principio potente: una comunità può sentirsi padrona non solo emotivamente, ma anche nelle decisioni.

Il tifoso del Barça non è solo spettatore. È parte di un’identità collettiva. Vota, partecipa, giudica, premia, punisce. Non compra semplicemente un biglietto: appartiene a una struttura. E quella struttura, nel bene e nel male, ha costruito una delle realtà sportive più importanti del mondo.

Perché non sognare qualcosa di simile anche per la Lazio?

Una fondazione dei tifosi. Un comitato trasparente. Una raccolta regolata. Una struttura legale seria. Un patto etico. Una governance chiara. Un progetto industriale. Una rappresentanza popolare vera. Non il solito “Lotito vattene” gridato nel vuoto, ma un movimento che dica: “Presidente, vogliamo comprare. Sediamoci e parliamo”.

Sarebbe bellissimo. Sarebbe rivoluzionario. Sarebbe laziale fino in fondo.

Perché la Lazio, prima ancora di essere un bilancio, è una storia. È una maglia. È un’appartenenza. È una comunità che spesso si sente esclusa dalle scelte, ma che continua a riempire lo stadio, a soffrire, a discutere, a litigare, a sognare. Una comunità che vorrebbe contare di più, ma che forse non ha mai provato davvero a trasformare la passione in potere.

Certo, la realtà è più complicata del sogno. Comprare azioni sparse sul mercato non significa automaticamente comandare. Convincere chi ha il controllo a vendere è un’altra storia. Servirebbero consulenti, regole Consob, strumenti finanziari, avvocati, garanzie, una cabina di regia seria. Servirebbe soprattutto fiducia. E la fiducia, nel mondo laziale, è merce rarissima.

Perché diciamoci la verità: se domani qualcuno lanciasse una grande sottoscrizione popolare per acquistare la Lazio, quanti parteciperebbero davvero? Quanti metterebbero 100 euro? Quanti 500? Quanti 1.000? E quanti invece resterebbero alla finestra a dire che tanto “è una truffa”, “non serve a niente”, “i soldi se li mangiano”, “Lotito non vende”, “io prima voglio vedere chi c’è dietro”?

È qui che la provocazione diventa uno specchio.

Forse non siamo ancora pronti. Forse siamo più bravi a contestare che a costruire. Forse vogliamo una Lazio diversa, ma senza accollarci il peso di cambiarla davvero. Forse pretendiamo che arrivi sempre qualcun altro: più ricco, più coraggioso, più esposto, più disposto a rischiare al posto nostro.

Eppure il sogno resta.

Una Lazio dei laziali. Una società in cui i tifosi abbiano voce, peso, rappresentanza. Una squadra non ostaggio dell’umore di un singolo proprietario, ma guidata da una comunità organizzata. Una Lazio in cui il dissenso non sia solo protesta, ma proposta. Una Lazio in cui il “noi” non sia soltanto una parola da curva, ma un modello di gestione.

È utopia? Probabilmente sì.

È difficile? Sicuramente.

È quasi impossibile? Forse.

Ma almeno avrebbe un merito: sposterebbe il dibattito dal lamento eterno alla responsabilità. Perché dire “Lotito vattene” è facile. Dire “Lotito, ti compriamo noi la Lazio” è un’altra cosa. Molto più seria. Molto più pesante. Molto più adulta.

E allora la provocazione resta lì, davanti a tutti noi: vogliamo davvero buttare fuori Lotito? Benissimo. Organizziamoci, mettiamo i soldi, costruiamo una struttura, diventiamo forza reale.

Altrimenti continuiamo pure a parlare di offerte, fondi, sceicchi, americani, retroscena e rivoluzioni imminenti. Ma sapendo che, fino a prova contraria, sono solo parole.

E Lotito, intanto, resta lì.


Fonti e riferimenti

Nota: i calcoli riportati nell’articolo hanno valore puramente indicativo e giornalistico. Non rappresentano una valutazione ufficiale della S.S. Lazio, né un invito all’acquisto di azioni o strumenti finanziari. La capitalizzazione di mercato varia in base al prezzo del titolo.

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Redazione Digitale

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