Due episodi gravi, due tifoserie coinvolte, ma due provvedimenti profondamente diversi. È questo il quadro che emerge osservando le decisioni adottate dopo i fatti che hanno visto protagonisti i tifosi di Inter e Lazio, con sanzioni che sollevano più di un interrogativo sul principio di equità applicato dalla giustizia sportiva.
Nel caso dell’Inter, durante una gara di campionato, un petardo è stato lanciato dagli spalti ed è esploso nelle immediate vicinanze di Emil Audero, calciatore avversario, mettendone potenzialmente a rischio l’incolumità fisica.
Un episodio grave ed esecrabile, avvenuto all’interno dello stadio e in un contesto ufficiale, che ha portato alla decisione di vietare le trasferte ai tifosi nerazzurri fino al 23 marzo, tranne in occasione del derby di Milano, in programma l’8 marzo. Una sanzione significativa, ma limitata nel tempo.
Ben diversa, invece, la linea adottata nei confronti della Lazio. Gli scontri avvenuti in autostrada con i tifosi del Napoli, lontano dall’impianto sportivo e dal contesto diretto della partita, hanno portato a un provvedimento durissimo: blocco delle trasferte per l’intera stagione.
Una punizione che, nei fatti, colpisce indistintamente tutta la tifoseria biancoceleste e che non trova riscontri analoghi recenti per durata e severità. La disparità tra le due decisioni è evidente. Da una parte un episodio verificatosi in campo, con un calciatore direttamente coinvolto e un pericolo immediato; dall’altra fatti gravi ma esterni allo stadio, puniti però con una sanzione nettamente più pesante.
Una sproporzione che alimenta dubbi sulla coerenza dei criteri adottati e sulla reale uniformità di giudizio. A rendere il quadro ancora più complesso contribuiscono i precedenti.
Anche la tifoseria dell’Inter, in passato, è stata protagonista di episodi di violenza, come gli scontri avvenuti a Genova, senza che ciò abbia portato a provvedimenti paragonabili a quelli inflitti oggi alla Lazio. Un elemento che rende difficile comprendere perché, a parità di gravità e di recidiva potenziale, le risposte delle istituzioni risultino così diverse.
La violenza va sempre condannata, senza distinzioni di colori o appartenenze. Ma proprio per questo servono criteri chiari, proporzionati e uguali per tutti. Perché la credibilità della giustizia sportiva passa anche dalla capacità di applicare le regole con coerenza, evitando quella sensazione di due pesi e due misure che, inevitabilmente, finisce per alimentare polemiche e sfiducia.
