Ogni bambino è figlio della sua generazione, giusto o sbagliato che sia però questo è un fattore certo. Per noi cresciuti senza smartphone e col Super Santos sempre sotto il braccio era quasi scontato diventare un appassionato di calcio. Vigeva l’obbligo della partitella in cortile con la maglia della propria squadra del cuore, forse quella era taroccata ma l’amore per lo stemma era puro. E così ognuno aveva il proprio idolo: c’era chi impazziva per Crespo, chi per Totti, qualcuno quando segnava emulava Boksic o Mancini, qualcun altro per Delvecchio o Montella. Oggi però tutto questo non esiste più, c’è solo un fantasma che si aggira per i parchi di Roma e non porta più una maglia biancoceleste: è lo spettro del disinteresse. È inutile girarci intorno, i numeri (emotivi, ma anche di marketing) dicono questo… i bambini non tifano più Lazio.

L’indagine demografica più importante sul tifo in Italia, lo studio annuale Sponsor Value di StageUp e Ipsos Doxa, evidenzia che il bacino dei tifosi della Lazio ha registrato una contrazione. Nel report la Lazio si posiziona all’8° posto in Serie A con circa 633.000 tifosi complessivi, registrando una flessione del 2,5% rispetto all’anno precedente. Questo decremento spicca in modo particolare se confrontato con la crescita generalizzata riscontrata nei club di fascia medio-piccola o con i balzi in avanti delle big storiche. Il dato sui giovani in Italia, inoltre, conferma quanto detto: i ragazzi della Gen Z e della Gen Alpha (under 24) rappresentano appena il 16% del totale dei tifosi di calcio in Italia. La stragrande maggioranza dei tifosi attivi si concentra nella fascia adulta tra i 35 e i 54 anni (47%). Questo squilibrio certifica come il calcio tradizionale fatichi a fare breccia tra i bambini rispetto alle piattaforme d’intrattenimento rapido.

Il “Laziale da cortile” sta scomparendo

Sarebbe scontato dare la colpa alla protesta di un popolo intero contro il presidente Claudio Lotito. Se un bambino non va allo stadio come fa a capire il sentimento vivo della Lazialità? Eppure non è questa la motivazione, o perlomeno, non è quella che incide maggiormente. Fino ad un paio di decenni fa, il tifo biancoceleste era tramandato un rito iniziatico, quasi una scelta di resistenza. Ti veniva consegnata una maglia con lo sponsor Cirio o Siemens, ti si spiegava chi era Vincenzo D’Amico o perché si piangeva per Giuliano Fiorini, e diventavi parte di una comunità fiera, aristocratica nel suo soffrire e godere. Oggi, se provi magari a spiegare a un bambino di otto anni il concetto di “andare a Torino a vincere lo scudetto sotto la pioggia mentre aspetti alla radiolina l’esito di Perugia”, quello ti guarda, sblocca lo smartphone e ti chiede nella migliore delle ipotesi quanti follower ha Mattia Zaccagni su Instagram. Che poi spoiler: non abbastanza per competere con i balletti di un terzino del Real Madrid.

La dittatura degli “Hyper-Top Club” e di TikTok

Il problema è che la Lazio soffre della cosiddetta sindrome del “calcio di mezzo”. I bambini di oggi non seguono il calcio con la stessa passione di una volta perché non sono abituati a portare quel Super Santos sotto il braccio. Piuttosto, tengono in mano il cellulare e non scelgono la squadra in base alla vicinanza geografica o al papà (figura mitologica ormai surclassata dagli algoritmi). Oggi il tifo è globale, liquido e drammaticamente vincente. Vedrai bambini seguire il Real Madrid o conoscere i campioni del City perché su PlayStation vincono sempre. Vedrai bambini esultare come Mbappé o conoscere a memoria le sue giocate da sei secondi su TikTok. E poi, se la maglia non è “cool” da indossare sopra una felpa oversize a un concerto trap, per loro non esiste. La Lazio, con la sua narrazione epica, fatta di puro legame viscerale con la Capitale, fatica a tradursi in un video di 15 secondi con una musica di sottofondo accelerata.

Caccia all’aquila (che non vola sui social)

Se vai davanti a una scuola elementare romana oggi, vedrai una marea di maglie giallorosse (l’effetto Dybala e la successiva romanizzazione pop hanno tenuto botta), qualche maglia del Milan o dell’Inter, e una quantità spaventosa di maglie del Real Madrid. E i laziali? Nascosti, rari ormai come i panda. Non è una crisi di risultati, non è una questione di protesta, è una crisi di narrazione. I bambini non vogliono “andare incontro alla tempesta” ma vogliono i balletti o l’esultanza da EA Sports dopo il gol e la coppa dalle grandi orecchie. Papà laziali, il compito è vostro: spegnete lo smartphone a vostro figlio, sequestrate l’iPad e portatelo a guardare con voi le videocassette di Signori e Nesta. È una questione di sopravvivenza della specie, perché Roma senza la “sua” Lazio ha un pezzo di storia in meno.