Da Patric a Isaksen, laziali dentro: quando il cuore è più forte degli occhi
Patric si voltava dall’altra parte quando Immobile calciava un rigore. Isaksen, a Torino, ha chiuso gli occhi in panchina mentre la Lazio si giocava la sua partita. Due generazioni, due storie diverse, un’unica, incredibile somiglianza: quando ami la Lazio, a volte, guardare diventa troppo difficile.
Non è paura, non è sfiducia. È quel groviglio di emozioni che ti stringe lo stomaco, ti accelera il battito e ti fa desiderare, per un istante, di non sapere. Perché quando sei coinvolto fino in fondo, non sei più soltanto uno che guarda una partita: sei dentro, con tutto te stesso.
Patric lo sa bene. Quando Ciro Immobile si presentava sul dischetto, lui non riusciva a seguire il tiro: voltava le spalle e cercava lo sguardo della curva. Si era definito un tipo passionale, capace di fare cose che nemmeno lui sapeva spiegarsi. Come se, in quei momenti, fosse qualcosa di più forte a prendere il sopravvento.
Domenica sera, a Torino, è successo qualcosa di simile a Gustav Isaksen. Il danese, solitamente composto, si è seduto in panchina con una bottiglietta tra le mani e ha chiuso gli occhi. La Bordocam lo ha immortalato in quel momento intimo, quasi una preghiera silenziosa. Poco dopo, la Lazio ha battuto la Juventus 3-0.
Patric si girava dall’altra parte, Isaksen abbassava le palpebre. Due gesti diversi, la stessa emozione: quella di chi sente la partita dentro di sé e non riesce più a nasconderlo. Perché quando ami davvero una squadra, non sei soltanto uno spettatore. Soffri, speri, preghi e, a volte, non hai nemmeno il coraggio di guardare.
La lazialità non conosce confini, non si misura con il passaporto e non si impara sui libri. Ti entra dentro piano, oppure ti travolge all’improvviso. Ti fa battere il cuore per un rigore, ti fa chiudere gli occhi su una panchina e ti lega a milioni di persone che, anche a chilometri di distanza, provano esattamente la stessa cosa.
A Patric è bastato un rigore. A Isaksen, una notte a Torino. Perché la Lazio, quando ti entra nell’anima, non ti lascia più andare. E a quel punto non importa dove sei nato: sei uno di noi. Sempre.
