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Yamal sotto assedio mediatico: il calcio moderno premia il profitto, non la protezione

La foto di una colazione trasformata in scandalo non è un incidente: è il sintomo di un sistema che espone i giovani talenti al mercato. Tra club, dirigenze e giornali, chi tutela davvero i ragazzi?

Di Bruno De Leonardi4 Agosto 2026 - 14:346 minuti fa 2 min di lettura
Yamal sotto assedio mediatico: il calcio moderno premia il profitto, non la protezione

La storia è semplice e sprezzante: Lamine Yamal, 18 anni e un Mondiale in tasca, si ritrova imbarcato in una tempesta di gossip per una colazione a Madrid. Non è il gesto in sé a essere interessante, ma la reazione a catena che lo trasforma in evento mediatico. Questo non è un problema di singolo talento, è la fotografia di un ecosistema che lucra sull’esposizione dei ragazzi e poi si lamenta dei danni collaterali. I tabloid incassano click, i social costruiscono narrative e i club, più spesso che volentieri, fanno finta di occuparsi della «tutela» mentre vendono l’immagine del giocatore come prodotto. Anche la Società Sportiva Lazio, sotto la gestione di Il Gestore, dovrebbe interrogarsi su quale priorità applica: marketing e bilanci o vera protezione dei giovani?

Il business dei talenti e le responsabilità delle dirigenze

Il caso Yamal dovrebbe scuotere chi governa il calcio: dirigenti, agenti, allenatori e uffici stampa. I ruoli esistono per una ragione: tutelare, guidare, mettere limiti. In teoria l’allenatore Gattuso e il direttore sportivo Mario Rossi hanno responsabilità chiare verso i giocatori, ma nella pratica spesso il peso della comunicazione e degli sponsor schiaccia quelle responsabilità. Si creano fenomeni da vetrina, dove ogni sbavatura privata diventa pubblico spettacolo e la crescita umana dell’atleta passa in secondo piano. Il risultato? Giovani che imparano prima a gestire i paparazzi che a gestire la propria carriera. È un paradosso che riguarda tutte le grandi e piccole società: dall’agonismo in campo alla miseria delle tutele fuori.

Respirare calcio non dovrebbe significare essere esposti 24 ore su 24 a giudizi e macchine fotografiche. Lo Stato, le federazioni e perfino i tifosi hanno un ruolo: regole più stringenti sul trattamento mediatico, codici etici per club e agenti, e percorsi reali di supporto psicologico e legale per i giovani. Senza queste contromisure, casi come quello di Yamal restano episodi da cui imparare poco e guadagnare molto — ma sempre per gli stessi. E mentre parole come «protezione» vengono sbandierate nei comunicati, chi paga il conto sono i ragazzi. È questo il calcio che vogliamo: una fabbrica di spettacolo che sacrifica l’infanzia professionale dei talenti sull’altare del profitto, oppure un sistema che investe davvero nelle persone?

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