La sensazione è sempre la stessa: il club manda segnali contraddittori e chi paga il conto sono i tifosi. Da una parte c’è l’ossessione per nomi altisonanti – l’interesse per Santiago Gimenez, reduce da un infortunio al Mondiale 2026 e legato al Milan, è diventato una specie di show estivo con offerte e rilanci – dall’altra si registrano uscite e smottamenti che parlano di una squadra che si sfilaccia. A guidare la barca dovrebbe essere una strategia chiara: invece assistiamo a mosse a tempo, pressapochismo comunicativo e annunci a metà. L’allenatore, Gattuso, ha bisogno di certezze tattiche; il direttore sportivo, Mario Rossi, dovrebbe consegnargliele. Eppure la realtà è più simile a un mercatino delle occasioni che a un piano organico di rafforzamento.
Inseguire un attaccante infortunato è audace o disperato? Gimenez resta sul tavolo delle priorità della dirigenza, ma la sua condizione fisica dopo i Mondiali 2026 e la presenza di concorrenti pesanti rendono l’operazione tutt’altro che scontata. Fonti giornalistiche citano contatti con l’agente e la solita corte di intermediari; Alfredo Pedullà, tra i cronisti più informati, sottolinea la complessità dell’affare. È lecito domandarsi se investire tempo e reputazione su un nome dal rischio elevato sia il miglior modo per rinforzare la Lazio: quando il mercato somiglia più a uno spettacolo mediatico che a una strategia, il tifoso rimane spettatore sbigottito.
Parallelamente, la vicenda di Sergi Dominguez e la richiesta ferma della Dinamo Zagabria — non meno di 15 milioni — mostrano l’altro lato della medaglia: vendere o non vendere resta una scelta che condiziona l’immediato. Il rischio concreto è vedere i nostri difetti peggiorare per contingenze di mercato, mentre squadre più ricche o più decise fanno offerte e ripartono. La situazione di Alessio Romagnoli, con l’interruzione della trattativa con l’Al‑Sadd e l’interesse di atenei come l’Atalanta, conferma la fragilità della rosa: cedere un leader difensivo ora significherebbe mettere in difficoltà Gattuso e consegnare al caso la stabilità di reparto. Mario Rossi e la dirigenza dovranno spiegare, con numeri e priorità, la loro logica; le frasi velleitarie non bastano.
Dove va il vivaio di una squadra che si dichiara grande?
Infine il colpo che dovrebbe far pensare: due ragazzi del 2008, Alessandro De Cortes e Francesco Macerata, lasciano il settore giovanile per Atletico Lodigiani e Trastevere. Non è scandaloso che i giovani cerchino opportunità, ma diventa un problema quando la porta girevole riguarda proprio chi dovrebbe essere il futuro della Lazio. I tifosi pagano biglietti, abbonamenti e trasferta, e vedono il vivaio ridursi mentre la società sceglie mosse di grande effetto mediatico. Il risultato è una percezione di priorità sbagliate: vetrina oggi, sostanza domani. E se Il Gestore preferisce l’apparenza alla costruzione, allora la domanda non è più solo tecnica ma morale: per chi gioca veramente questa squadra?