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DIO BENEDICA IL 26 MAGGIO – Storia, gloria e fenomenologia sull’altra sponda di una giornata da ricordare

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Quando si sveglia la mattina, un laziale sa che dovrà rincorrere un romanista e ricordare che gliel’ha alzata in faccia. Da tre anni, esattamente tre anni a questa parte, questo è il pensiero fisso, la “tacca” da esibire con orgoglio. Ovviamente però, vivendo ancora in un paese libero, questo può dare adito a diverse reazioni, tutte più o meno legittime.

Personalmente il rapporto con l’altra parte della città ha avuto un’evoluzione inversamente proporzionale a quella del vino. Col tempo, le cose inacidiscono: il punto è che parlando in fondo pur sempre di calcio, ne possono anche nascere scambi dialetticamente interessanti. La Roma negli ultimi tre anni se l’è passata oggettivamente meglio. Due secondi ed un terzo posto, la consolazione sempiterna di una allergia quasi letale ai trofei per loro che si contrappone a 56 punti di differenza in tre stagioni, dei quali 55 accumulati in due sole annate. Sei derby successivamente disputati, 4 persi e due pareggiati.

Chi legge starà sicuramente già storcendo il naso: e che è ‘sta botta di obiettività? Ci mettiamo anche a fargli i complimenti? Assolutamente no: è per dire che in questo scenario, il 26 maggio è servito a rappresentare uno spartiacque tra il romanista A e il romanista B, che come tutti i criceti va studiato e selezionato (non sezionato, fermi con quei cosi!). Il romanista A può dirti che vivi di ricordi (ve piacerebbe averceli, certi ricordi…), che loro hanno saputo reagire (in fondo la vita va avanti…), che dopo tre anni di disgrazie e fuori dalle coppe europee sono tornati ai piani alti del calcio italiano (vero). Argomentazioni sulle quali si può discutere e avere un confronto anche interessante, perché il derby si vive 24 ore al giorno per tutto l’anno. Non finirà mai.

Il romanista B è quello che quando la serie di 10 vittorie di Garcia del 2013 stava ancora a metà, già diceva la frase che può essere la più rivelatrice in assoluto per capire chi si ha davanti: “DIO BENEDICA IL 26 MAGGIO!”. Ecco, quello per me è il semaforo verde che si possono superare tutti i freni inibitori, e je do giù senza pietà. Sì perché un tifoso senziente, un pollice opponibile degno di questo nome, financo arrivo a dire UN VERO ROMANISTA (quante parolacce in questo articolo, lo so…) non arriverebbe mai a dire una cosa del genere essendo davvero convinto.

E qui infatti torniamo alla “tacca” di cui sopra. Nella storia alla Lazio non sono mancate le soddisfazioni nei derby, pur avendone vinti meno dei cugini. Dalle stracittadine della banda Chinaglia alla punizione di Veron fondamentale per lo scudetto, dal 3-0 con Delio Rossi a Paolo Di Canio, non sono mancate le giornate felici. Ma i romanisti sono stati sempre più bravi a costruire dei simboli attorno ad alcune vittorie particolari. Dall’autogol di Negro al cinque a uno, dalle magliette raffinatissime a base di purganti ci sono stati dei derby che hanno rappresentato veri e propri feticci da esporre per l’altra sponda, sempre molto attenta a un certo tipo di simbologia sportiva.

Il 26 maggio è cambiata la storia: il talismano, come in un film di Indiana Jones, è finito improvvisamente nelle mani sbagliate. Le nostre, perché il ruolo di cattivi e di antagonisti è sempre calato alla perfezione per i laziali, un modo di sapersi distinguere che nei rari momenti in cui è venuto a mancare (come quello attuale) ha sempre procurato grandi danni. Al contrario dei cattivi dei film, però, abbiamo saputo sfruttare la scia di quella vittoria come mai era successo nella storia laziale: forse neanche il secondo scudetto era stato goduto e “fatto sentire” alla città come quel meraviglioso momento durato per più di tre mesi, dal gol di Lulic al 71′ fino all’inizio del nuovo campionato.

Il 26 maggio è quindi lì, intoccabile: quando incontrate qualcuno dell’altra parte pronto a rievocarlo e benedirlo, quella è la prova. E’ un “tipo B”: i più spassosi, meravigliosi, quelli che per tre mesi hanno chiuso la serranda di casa e hanno fatto finta di scappare a Ladispoli, e invece si facevano portare il pane e l’acqua minerale dalla portiera. E nella penombra estiva, rileggevano QUESTO:

Romita

Pure Indiana Jones se sarebbe dato ‘na grattatina.

Buon 26 maggio a tutti!

Fabio Belli


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LA NOSTRA STORIA Guglielmo “Willy” Stendardo: il laureato

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Il 6 maggio 1981 nasce a Napoli Guglielmo Stendardo. Difensore cresciuto nella squadra della sua città, con la quale esordisce in Serie A nel 1998. L’unica presenza stagionale ma che farà di Stendardo il più giovane esordiente nella massima categoria della storia dei campani all’età di 17 anni e 10 giorni.

GLI INIZI

Nella squadra campana Stendardo resta solo per un campionato. L’anno seguente si trasferisce alla Sampdoria dove milita per cinque stagioni in serie B. Nella stagione 2002/03 passa in prestito per sei mesi alla Salernitana. Dopo Salerno gioca nella serie cadetta con Catania e Perugia.

L’ARRIVO ALLA LAZIO 

In seguito al fallimento del Perugia di Gaucci si trasferisce alla Lazio nella stagione 2005-2006 ritornando di nuovo in Serie A. Nel 2007-2008, dopo la trasferta di Madrid per la quale non viene convocato, litiga con l’allenatore Delio Rossi e la società lo punisce mettendolo fuori squadra. Nel mercato invernale del 2008 passa in prestito alla Juventus fino al termine del campionato. La società bianconera non lo riscatta e il giocatore rientra a Roma tra i biancocelesti. Il difensore parte quindi di nuovo in prestito. Questa volta è il Lecce, appena promosso in Serie A, ad accoglierlo tra le sue fila.

IL RITORNO IN BIANCOCELESTE

La stagione successiva torna alla Lazio ma termina subito sul mercato. Nel frattempo sulla panchina dell’ex Delio Rossi siede Davide Ballardini. In pieno accordo con la società il tecnico lo mette fuori rosa. La squadra però gira male. Stendardo, riappacificatosi con tecnico e presidente, torna a far parte della rosa. A febbraio 2010 al posto di Ballardini arriva Edy Reja e per Guglielmo è la svolta positiva. Le prestazioni del giocatore, impiegato maggiormente, migliorano notevolmente. Nel 2012, dopo essere stato sei mesi in prestito all’Atalanta, passa a titolo definitivo alla società felsinea.

LA LAUREA

Durante la carriera da calciatore continua gli studi. Dopo essersi laureato in giurisprudenza nel dicembre del 2012 sostiene l’esame di stato per diventare avvocato. Al termine della stagione il difensore torna alla Lazio ma, l’8 agosto, riparte di nuovo passando a titolo definitivo alla squadra bergamasca. Nel 2014, alla quarta di campionato, non viene convocato per la gara con l’Inter perché impegnato negli orali per l’abilitazione alla professione forense, in seguito brillantemente conseguita. Durante la sua carriera in biancoceleste ha vinto la Supercoppa Italiana nel 2009.

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