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ACCADDE OGGI Lazio-Juventus 4-0, la partita perfetta

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La Lazio non batte la dal quasi 13 anni: dicembre 2003, 2-0 con gol di Corradi e Fiore. Precedente citato più e più volte, così come il famoso 3-1 del 1974.

La vera partita perfetta con i bianconeri all’Olimpico, però, è stata quella del 29 ottobre del 1995. Fu la volta in cui l’utopia zemaniana si palesò in maniera perfetta, in cui la Lazio sembrava lanciata verso un sogno chiamato scudetto giocando un calcio dinamico e perfetto, fatto di sovrapposizioni rugbystiche e quanto fosse il più vicino possibile al calcio totale.

Di fronte c’era la Juventus di Marcello Lippi: la squadra campione d’Italia in carica e che soprattutto a fine stagione avrebbe alzato al cielo la Champions League: ebbene sì, il 4-0 finale rende bene l’idea della forza potenziale di quella squadra, con un giovanissimo Nesta ancora terzino destro e non centrale e Boksic, Casiraghi e Signori nel tridente, seppur non schierati contemporaneamente in quell’occasione con l’indispensabile Rambaudi titolare. La Lazio aveva schiantato la squadra che circa sei mesi dopo avrebbe conquistato il trono d’Europa.

Vista col senno di poi, quella partita è stata in realtà tutt’altro che un fulgido esempio di perfezione tattica: ossessionati dalla zona e dalle squadre “corte“, gli allenatori dell’epoca giocavano in un fazzoletto di campo. Quel giorno Lippi sfidò Zeman sul suo terreno e ne uscì una sorta di flipper impazzito in cui la pallina laziale finiva sempre in buca.

Il calcio di Zeman, nemmeno nelle future esperienze del tecnico boemo, riuscì mai più a trovare un livello d’intensità come quello della giornata perfetta.

Fabio Belli

IL TABELLINO

LAZIO-JUVENTUS 4-0

MARCATORI: 39’pt Signori, 45’pt Casiraghi, 26’st Rambaudi, 32’st Casiraghi.

LAZIO: Marchegiani (27’pt Orsi), Nesta, Favalli, Di Matteo, Negro, Chamot, Rambaudi, Fuser (27’st Marcolin), Casiraghi, Winter, Signori (15’st Boksic). Panchina: Romano, Piovanelli. All. Zeman.

JUVENTUS: Peruzzi, Ferrara, Porrini, Carrera, Torricelli (1’st Marocchi), Paulo Sousa, Conte, Tacchinardi (27’st Pessotto), Di Livio (1’st Vialli), Del Piero, Ravanelli. Panchina: Rampulla, Sorin. All. Lippi.

ARBITRO: Collina di Viareggio

https://www.youtube.com/watch?v=dUQZtjMD4Po

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LA NOSTRA STORIA Gianni Elsner, la voce dell’etere romano

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Gianni Elsner storico conduttore radiofonico laziale


Nato a Merano il 27 settembre del 1940 Gianni Elsner arriva a Roma nel 1965. Due anni dopo inizia la sua esperienza radiofonica. Negli anni precedenti aveva fatto anche l’attore dopo aver frequentato l’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Nel 1992 è stato eletto deputato con la Lista Pannella, per poi passare al gruppo misto per divergenze sui rimborsi elettorali.

Gianni Elsner arriva alla radio quasi per caso. Raggiunge la popolarità con la trasmissione ‘Te lo faccio vedere chi sono io’. Il titolo prende il nome da una canzone di Piero Ciampi. L’idea di usarla come sigla gli viene data dal suo grande amico Luciano Re Cecconi. L’impegno, che doveva essere temporaneo, va avanti per oltre trenta anni spaziando in tutti i campi, dalla cultura al sociale. Le letture del professor Trento Morera, le poesie, le adozioni dei suoi “bambuccini” del Paraguay – che continuano ancora oggi grazie all’Associazione Gianni Elsner www.associazionegiannielsner.it/ -, la cartolina per Riccardino, le nonnine della Magliana, le sue battaglie a fianco dei meno fortunati. Ai suoi microfoni negli anni sono intervenuti campioni e stelle dello sport, esponenti della politica e delle istituzioni e, soprattutto, molta gente comune. Compagno di intere mattinate trascorse ad ascoltare i suoi racconti dal sapore di una radio antica con lui è finita l’epoca romantica dell’etere romana. Grande tifoso della Lazio, uno dei primi anchorman calcistici. Malato da tempo fino all’ultimo ha lavorato dalla sua casa-studio alla Balduina. Pochi giorni prima di lasciarci aveva compiuto 69 anni. Molti sono i giornalisti che tentano di imitarlo con scarsissimi risultati. Pochissimi quelli che spiccano per un po’ di personalità ma che risultano imprigionati nella ricerca di una propria dimensione.

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