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ACCADDE OGGI – Gianni Brera, colui che è stato probabilmente il più grande giornalista sportivo italiano

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L’8 settembre 1919 nasceva a San Zenone Po, in provincia di Pavia, da Carlo e da Marietta Ghisoni, Giovanni Luigi Brera, in arte Gianni. Lasciato il paese natio, a quattordici anni si trasferisce a Milano dalla sorella Alice (di professione maestra), dove si iscrive al liceo scientifico. Fu un promettente centromediano delle squadre giovanili del Milan ma la passione per il calcio non procedeva di pari passo con gli studi e così il padre e la sorella gli imposero di smettere di giocare e di spostarsi a Pavia, dove terminò il liceo e si iscrisse all’Università.

Nel 1940 Brera frequenta Scienze politiche, svolgendo vari lavori per pagarsi gli studi. Non fa in tempo a laurearsi che scoppia la seconda guerra mondiale. Costretto a partire soldato, diventa prima ufficiale e poi paracadutista, scrivendo in questa veste alcuni articoli per diversi giornali di provincia. Notato per la sua bravura dagli ambienti del giornalismo, viene chiamato per alcune collaborazioni giornalistiche al “Popolo d’Italia” e a “Il Resto del Carlino”, testate importanti anche se controllate dal regime fascista, mentre Brera fu sempre un fervente antifascista. Il suo disagio all’interno delle redazioni è forte e palese e diventa ancora maggiore quando, fra il 1942 e il 1943, le operazioni militari intraprese dal regime cominciano ad andare male. In quei due anni muoiono la madre e il padre, lui si laurea e in seguito si sposa. Inoltre parte per Roma per assumere il ruolo di redattore capo di “Folgore”, la rivista ufficiale dei paracadutisti. In piena resistenza partecipa attivamente alla lotta partigiana in Val d’Ossola.

A guerra finita, nel 1945, riprende l’attività di giornalista per la “Gazzetta dello Sport”. In pochi giorni comincia a organizzare il Giro d’Italia di ciclismo che avrebbe preso il via nel maggio successivo, quello che doveva essere il “Giro della rinascita”, il ritorno del Paese alla vita dopo i tragici avvenimenti bellici. Direttore del giornale era Bruno Roghi, tra i giornalisti Giorgio Fattori, Luigi Gianoli, Mario Fossati e Gianni Brera, che fu nominato responsabile del settore atletica leggera. Per occuparsi di questo sport studiò a fondo i meccanismi neuro-muscolari e psicologici del corpo umano e le competenze acquisite, unite a un linguaggio fantasioso e geniale, hanno contribuito a sviluppare la sua grande capacità di raccontare il gesto sportivo con passione e trasporto. Nel 1949 scrisse il saggio “Atletica leggera, scienza e poesia dell’orgoglio fisico”. Nello stesso anno, dopo essere stato corrispondente da Parigi e inviato per la Gazzetta alle Olimpiadi di Londra del ’48, fu nominato, a soli trenta anni, condirettore del giornale assieme a Giuseppe Ambrosini. In tale veste fu presente alle Olimpiadi di Helsinki del ’52, dominate nel calcio dall’Ungheria e nell’atletica dal ceco Zatopek, che vinse una gara memorabile nei cinquemila metri stabilendo il record del mondo. Nonostante avesse ereditato dal padre le idee socialiste Gianni esaltò l’impresa di Zatopek per ragioni tutte sportive con un titolo in prima pagina a nove colonne. Questo gli attirò nel clima politico di allora l’ostilità degli editori, i Crespi, contrariati che si fosse dato tanto risalto a un comunista. Nel 1954 dopo aver scritto un articolo poco compiacente sulla regina britannica Elisabetta II e provocando una polemica Gianni Brera si dimise, con decisione irrevocabile, dalla “Gazzetta”.

Lasciato il giornale compì un viaggio negli Stati Uniti e al suo ritorno fondò un settimanale sportivo, “Sport giallo”. Poco dopo Gaetano Baldacci lo chiamò al “Giorno” per assumere la direzione dei servizi sportivi. Qui si distinse subito per l’anticonformismo, non solo politico. Nuovi erano lo stile e il linguaggio, più vicini al parlare quotidiano, e l’attenzione dedicata ai fatti di costume, al cinema, alla televisione, oltre un grande spazio dedicato allo sport. Brera seguì le grandi corse ciclistiche, il Tour de France e il Giro d’Italia, prima di dedicarsi al calcio, senza smettere però di amare il ciclismo, su cui ha scritto “Addio bicicletta” e “Coppi e il diavolo”, stupenda biografia di Fausto Coppi, del quale fu amico fraterno.

Nel 1976 tornò come editorialista alla “Gazzetta dello Sport”. Intanto, continuava a curare sul “Guerin Sportivo” la rubrica Arcimatto, mai interrotta e mantenuta fino alla fine. Chiusa la parentesi di editorialista alla “Gazzetta”, passa di nuovo al “Giorno” e poi, nel ’79, al “Giornale nuovo”, fondato da Indro Montanelli dopo la sua fuoruscita dal “Corriere della sera”, dove cura i servizi sportivi. Brera tentò anche l’avventura politica candidandosi alle elezioni politiche del ’79 e dell’83 nelle liste del Partito Socialista, da cui si allontanò in seguito, per presentarsi nell’87 con il Partito Radicale.

Nel 1982 venne chiamato da Eugenio Scalfari alla “Repubblica”. Precedentemente aveva iniziato anche una collaborazione saltuaria e poi fissa con la trasmissione televisiva “Il processo del lunedì”, condotta da Aldo Biscardi. Moltissime in seguito sono state le sue apparizioni televisive come ospite e opinionista in programmi sportivi e perfino come conduttore sull’emittente privata Telelombardia. Il 19 dicembre 1992, al ritorno dalla rituale cena del giovedì, immancabile appuntamento con il gruppo dei suoi amici, sulla strada tra Codogno e Casalpusterlengo, il grande giornalista perse la vita in un incidente. Aveva 73 anni.


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Muriqi, la via per arrivare al cuore della Lazio passa attraverso i…piedi

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cronaca roma lazio

Muriqi, dopo un anno, non ha certamente ripagato i 20 milioni spesi per acquistarlo. Ma recuperare l’investimento è ancora possibile.

Muriqi è stato uno dei grandi, se non il più grande, flop dell’ultimo mercato estivo. Arrivato a settembre dal Fenerbahce, non è riuscito in questi pochi mesi a tenere fede alle aspettative. Troppo alte forse, ma d’altronde, quando si sborsano 20 milioni (mica bruscolini!) per l’acquisto, al termine oltretutto di una lunga (ed estenuante) trattativa, non è che ci si possa aspettare diversamente. Ma fatto sta che il bilancio è finora impietoso: appena 2 squilli tra campionato e Coppa Italia, cui si sono accompagnate numerose prestazioni molto al di sotto della media. L’ultima mercoledì sera contro il Parma: un’occasione più unica che rara, complice anche un avversario che non aveva null’altro da chiedere al campionato. Ma ahimè, anche questa miseramente fallita. E chiusa in modo indecoroso, tra gesti di stizza in panchina e occhiate di Inzaghi a fargli capire che non poteva prendersela con nessuno se non con sé stesso.

Le cause del fallimento di Muriqi

Muriqi
Muriqi con il ds della Lazio Igli Tare

Nel corso di questi mesi, in casa Lazio ci si è a lungo interrogati sul perché di questo basso rendimento. Dopo varie ipotesi, tutte plausibili (mancato ambientamento, piazza troppo esigente ecc.), si è giunti alla conclusione che la risposta è più semplice di quanto non si pensi. In sostanza, il calciatore non è scarso (non può esserlo, altrimenti non staremmo parlando di un elemento nel giro stabile della Nazionale). Scarsa casomai è la sua adattabilità al gioco di Inzaghi. Il classe ’94 è infatti il classico ‘pennellone’, l’ariete da area di rigore lesto negli spazi stretti, che mette la sua forza fisica e la sua abilità sulle palle alte al servizio della squadra. Caratteristiche eccellenti, ma che purtroppo mal si sposano con quelle nella testa del tecnico. Il quale davanti predilige pedine più mobili, in grado di svariare su tutto il fronte offensivo. Anche, se necessario, di andare a prendersi il pallone a centrocampo, per condurlo, dopo una lunga e faticosa cavalcata, in fondo al sacco.

Le soluzioni per Muriqi

E allora? Ormai la stagione è praticamente finita e, con essa, anche le opportunità per il giocatore di mettersi in mostra e provare a mostrare di che pasta è fatto. Tuttavia per il futuro, non è impossibile che non ce ne siano delle altre. Ma bisognerà cominciare a lavorarci da subito a bocce ferme, per fare in modo che non subiscano lo stesso esito delle precedenti. Come? In due modi principalmente. Il primo, quello più semplice, è trovare al ragazzo una nuova sistemazione. Magari, sarebbe l’ideale, con la formula del prestito secco, in modo da poter lavorare senza eccessive pressioni sul diamante grezzo e riportarlo poi alla base più forte e luccicante. L’importante è che si tratti di una squadra che ne sfrutti e valorizzi le doti, fino a fargli toccare il più alto livello possibile di esaltazione. Ma d’altro canto, capiamo anche che il presidente Lotito potrebbe non voler svalutare l’investimento, come succederebbe nel caso di una discesa di categoria o di un approdo in un campionato ‘minore’.

Muriqi: è giusto dargli un’altra possibilità?

Per cui, e qui entra in gioco la seconda modalità, si potrebbe provare a concedergli un’altra chance in maglia biancoceleste. A patto però di concentrare ogni energia sul ‘tallone d’Achille’ (almeno a quanto si è visto finora) del ragazzo: il gioco palla a piede. Ogni volta che il numero 94 è stato chiamato in causa, è apparso infatti lento e impacciato, incapace di capitalizzare anche quando servito favorevolmente davanti alla porta. Ebbene, è su questi aspetti che dovrà lavorare. E chissà che l’aria salubre del ritiro di Auronzo non possa dargli una mano. Certo non sarà facile, magari ci vorrà del tempo, ma lui dovrà mettercela davvero tutta per migliorare. Perché un anno un po’ sotto tono, visto che è il primo, può anche starci, ma al secondo un nuovo flop difficilmente verrebbe perdonato. I precedenti in questo senso tra i compagni, da Luis Alberto a Caicedo (tanto per restare tra ‘colleghi’ di reparto), sono incoraggianti. E quindi forza Vedat, aggiungi anche le tue penne alle ali dell’aquila. Per volare insieme verso grandi e gloriosi traguardi.

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