Sull’home page di LaLazioSiamoNoi.it compare una promozione per “Digital Glow Up Solutions” rivolta ai lettori: si propone un kit per rinnovare l’immagine online di attività e progetti collegati al mondo del club. La frase della promozione —
“Nel 2025 non basta esserci.”
— è la parte più netta della comunicazione: esserci non basta, dicono. Ma esserci come?
Marketing vs bisogni reali
Non è un delitto occuparsi di comunicazione, ma può diventare un problema quando la vetrina digitale sembra prendere il posto della cura delle cose concrete. Il ricorso a glow up e promozioni dà l’impressione che la priorità sia l’immagine pubblica: i tifosi si chiedono se lo stesso livello di impegno venga dedicato a questioni pratiche come la sicurezza degli impianti, abbonamenti più equi, il settore giovanile o la costruzione di una rosa competitiva. L’allenatore e il direttore sportivo hanno il compito di mettere ordine sul campo e costruire una squadra: un post su Instagram non mette punti in classifica.
Si capisce il senso commerciale: trasformare il racconto e i tifosi in target e follower. Ma il calcio popolare non è una start-up da lanciare in promo; è un’affezione che paga biglietti, trasferte e pazienza. Quando la priorità diventa la lucentezza dell’immagine, si può perdere di vista che il prodotto principale è il gioco, la competizione e la fedeltà alla maglia. I responsabili delle scelte dovrebbero chiedersi se la prossima promozione punti davvero a chi paga e soffre o solo a chi clicca e poi scivola via.
La critica non è al digitale in sé: è alla gerarchia delle scelte. Un buon sito, belle grafiche e offerte possono accompagnare un progetto serio, non sostituirlo. Finché la dirigenza privilegerà il marketing come risposta facile alle crepe reali, i tifosi continueranno a incrociare le braccia tra un post sponsorizzato e una sconfitta. La domanda resta: preferiamo un club che brilla online o una squadra che brilla in campo? Chi decide davvero, e per chi lavora davvero quella promozione?