TEMPI BELLI – Tripudio intestinale (hanno ammazzato Pioli)

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Quando eravamo ragazzini (oddio, neanche troppo “ini”) Lupo Alberto era una lettura molto piacevole. Fra i tanti tormentoni nei botta e risposta tra il protagonista e colui che spesso gli rubava la scena, Enrico La Talpa, c’era una scenetta molto divertente che si ripeteva spesso. La Talpa si produceva nella stesura di versi dal linguaggio particolarmente aulico, temi e toni lirici e interi bignami della poesia srotolati in quattro vignette. Il buon Enrico si lasciava andare a considerazioni sull’ineffabilità della vita, sui tormenti dell’anima umana e sulla nobiltà della sofferenza del poeta. Finché dal piano di sotto, la moglie Cesira non gli chiedeva scocciata: “Enrico, non ti sembra di esagerare per un po’ di stitichezza?”

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Ecco, l’impressione è che tutta questa stagione molto laziale, fatta di sofferenza, invocazioni, imprecazioni e male di vivere, abbia radici in realtà ben più prosaiche, terra-terra, E a rimetterci, come volevasi dimostrare, è stato colui che aveva portato in alto lo spirito come nessuno aveva fatto, in campionato, negli ultimi dodici anni. E noi stiamo qui a interrogarci su problemi di testa e di anima, quando ogni tanto bisogna tirarsi su le maniche, mettersi i guanti, infilare le braccia nel pozzo nero e spurgare.

Servirà una bella bonifica. A partire da chi comanda, perché se il pesce puzza sempre dalla testa, il tripudio intestinale del derby non può che partire da chi aveva il dovere, anche e soprattutto per i propri interessi, oltre che per quelli sacri dei tifosi, di valorizzare il lavoro eccellente compiuto l’anno scorso. Lotito ha peccato di presunzione: nella gestione delle sue aziende calcistiche, non è un caso che le disgrazie della Lazio vadano di pari passo con quelle della Salernitana. L’anatema del tifoso non deve togliere spazio alla lucidità del cronista: qui ci limitiamo a dire che a mangiare su molti piatti si rischia l’indigestione. Il calcio è cambiato, mostra una faccia feroce e spizzicare un po’ qua e un po’ la non basta per vincere, serve solo a farsi venire un gran mal di pancia.

Hanno ammazzato Pioli, alla fine: l’unico che si meriterebbe un po’ di poesia e di anima in uno scenario che Ettore Scola in Brutti, Sporchi e Cattivi non avrebbe reso in maniera più brutale. Dire che l’allenatore sia esente da colpe è sbagliato, e noi non l’abbiamo mai nascosto. E ha sbagliato ancora, Stefano nostro, al cospetto di una Roma che Spalletti ha indottrinato per aspettare che la Lazio si facesse male da sola. Ma l’allenatore è l’unico a essere messo in discussione, come accaduto a Petkovic (che alla guida della Svizzera ha dimostrato di non essere un carneade che aveva avuto un colpo di fortuna, come aveva ipotizzato qualcuno), Delio Rossi e anche a zio Edy Reja. Il quale a molti non piace per quella frase della “cornice marcia“, ma che tra una minestra e l’altra aveva portato la squadra a quel limite che Pioli aveva superato tra mille sforzi, di pochi punti, un anno fa.

Segno che tale limite fisiologico dei risultati è stato raggiunto da tempo: la scelta di Simone Inzaghi può sembrare logica agli occhi di chi guarda da fuori, vista la necessità di un “traghettatore“: può risultare deleteria in una società che rischia di chiudersi in un’enclave di “fedelissimi“, il che farebbe sfociare l’attività aziendale nell’autismo più puro e completo, senza più il fondamentale confronto con la realtà. Un timore alimentato dall’impermeabilità del lavoro del direttore sportivo, al contrario di quello dell’allenatore, a qualunque tipo di discussione. Ma se Tare c’è e ci sarà, anche lui dovrà iniziare ad ascoltare ciò che la pancia quest’anno ha detto più chiaramente del cervello.

Questo stavolta era un articolo per stomaci forti: dopo un 1-4 nel derby, non poteva essere altrimenti. Abbiamo detto anche la parola Roma, per dire, non la città, proprio quella cosa brutta là, che da bambino dicevi “cacca“, attaccavi le figurine al contrario e spesso alla fine bruciavi l’album. Pioli meritava ben altro commiato, per essere stato quello che aveva fatto cantare l’inno ai giocatori, che era andato a chiedere rispetto faccia a faccia a Malagò , che aveva accolto tra le sue braccia il suo più grande talento, Felipe, come il buon padre fa con il figlio smarrito. Tutte belle parole, ma ci sembra di sentirla Cesira che dice al suo Enrico: “Tutto questo per un po’ di stitichezza?” Perché quello alla fine è il problema: per questo parliamo di aziende da gestire, lavoro da portare a termine, unghie nere che rovistano nella nuda terra per provare l’ennesima semina. Perché il tempo è scaduto. Una volta si diceva: “Una risata vi seppellirà!“. A noi stavolta pare di aver sentito un altro rumore: ma anche stavolta, il mal di pancia passerà.

(grazie per l’anno scorso, Stefano. Non dimenticheremo)

Fabio Belli

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