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Comert scappa, la Lazio applaude dal divano: la paralisi che diventa mercato

Eray Comert verso il Torino mentre a Formello si respira l’inerzia: silenzi, ritardi e una dirigenza che sembra trasformare il calciomercato in un hobby amministrativo. La domanda è scomoda e chiama in causa anche Lotirchio.

Di Vittorio Chirico28 Luglio 2026 - 07:043 ore fa 3 min di lettura
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Quando un giocatore svincolato buono sulla carta fa le valigie verso un club di Serie A, non si tratta più di sfortuna: è un cartellino rosso per la strategia. E la Lazio, in questa commedia dell’immobilismo, recita la parte del critico pigro seduto in tribuna.

I fatti

Eray Comert, 25 anni, svincolato dopo l’esperienza al Valencia, è finito nel mirino di Angelo Fabiani come possibile rinforzo per la retroguardia biancoceleste. Oggi però la pratica sembra nelle mani del Torino, che dialoga direttamente con l’agente per chiudere in tempi stretti. Più squadre hanno mostrato interesse per un difensore con esperienza in campionati di livello a parametro zero; il club granata, secondo quanto emerge, ha però accelerato meglio.

La tesi

Non è solo un caso: è un modello. La sensazione è che la dirigenza preferisca osservare il mercato come se fosse un documentario, non una partita da vincere. Tra silenzi, mancanza di offerte ufficiali e decisioni rallentate, la Lazio perde opportunità che non tornano indietro. E quando l’alternativa è un avversario di Serie A che chiude a costo zero, la lentezza diventa scelta tattica, non errore casuale.

Perché conta

Non si tratta solo di aggiungere un difensore: si tratta di dare a Gennaro Gattuso la solidità richiesta dal suo calcio ruvido. Comert poteva significare esperienza e personalità per una difesa che ha mostrato crepe; perderlo a parametro zero lascia la squadra più fragile e il bilancio forse immacolato, ma il campo più povero. Il risultato è un paradosso: conti a posto, risultati no.

Chi deve muoversi?

La responsabilità politico-sportiva passa per Angelo Fabiani, chiamato a trasformare segnalazioni in contratti. Ma la sensazione è che la palla rimbalzi anche tra gli uffici dirigenziali e il vertice. Sembra infatti che il Gestore non abbia ancora imposto una linea rapida: se la strategia è «spendere poco e sperare», si finirà per sperare anche nei miracoli.

La retorica del calcio moderno

Il copione è noto: comunicati rassicuranti, sponsor soddisfatti, tifosi ridotti a clienti e il campo lasciato alle emergenze. Il marketing non sostituisce i terzini e i bilanci non pagano le sconfitte di identità. Comunicati come paravento non raddrizzano una retroguardia che perde pezzi per inerzia. È ammirevole risparmiare, ma contro avversari organizzati il risparmio diventa alibi.

Il nodo non è personale: è gestionale. Se il tempo giusto per agire era ieri, e la risposta ufficiale continua a essere il silenzio, allora la domanda cruciale resta: la Lazio può permettersi questi ritardi? O preferisce guardare il futuro dalla tribuna mentre gli altri radunano uomini e certezze?

Per chi ama la maglia, la paralisi dirigenziale non è più tollerabile. Svegliare la macchina del mercato non è un’opinione: è una necessità.

Il pezzo conclusivo suona come un avvertimento: o la società traduce i segnali in fatti concreti, oppure continuerà a perdere giocatori e credibilità. E quando alla riunione qualcuno chiederà «perché non siamo intervenuti?», la risposta non potrà essere “non era il momento”. Perché se il momento è sempre sbagliato, il club è già indietro. Domanda finale e definitiva: la Lazio vuole essere spettatrice o protagonista?

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