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Dal Bielsismo al Piolismo: analisi e analogie dell’ascesa e declino di due modelli tattici

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Pioli Lazio Bayer Leverkusen


Una lavagna piena di segni che sembrano quasi scarabocchi, ma sono tutt’altro. Sembra difficile localizzare la crisi attuale della Lazio in una mattinata trascorsa a Coverciano di fronte ad un maestro di calcio, ma se il football europeo nella scorsa stagione aveva proposto qualcosa di interessante, questo poteva essere localizzato tra Marsiglia e Roma. “Bielsismo” e “Piolismo“, due facce di una medaglia apparentemente diversa, ma che trova mille analogie in parole chiave come applicazione, pressing, proattività, intercambiabilità dei ruoli. E se all’inizio della primavera sia in Francia che in Italia le sponde biancocelesti del calcio che conta sognavano trofei e Champions League, un motivo c’era. Neanche sei mesi dopo, i sogni sembrano infranti. Scopriamo perché.

BIELSISMO – Il Terrence Malick degli allenatori non rilascia interviste da vent’anni, concedendosi ai giornalisti solo nelle conferenze e negli appuntamenti come quello di Coverciano, in cui, come un maestro ai suoi diligenti scolari (una marea di illustri colleghi allenatori) ha riportato all’attenzione generale i principi cardine del suo calcio. La sottile linea rossa di Bielsa passa attraverso la visione di circa 50.000 partite di calcio in carriera. E su un primo comandamento: i moduli possibili nel calcio sono 28. Facile a dirsi, ma poi la lavagna si riempie di segni che si sovrappongono l’uno all’altro. Non è il caos, solo la Beautiful Mind del John Nash del calcio, che vede chiaramente cose che gli altri non vedono. E se per tre quarti di campionato il Marsiglia ha contrastato come se niente fosse lo strapotere del Paris Saint Germain degli sceicchi, non è stato un caso. La tavola della legge, dopo “non avrai altro modulo al di fuori di questi 28”, continua ad elencare le sue regole. Il 4-3-3 è modulo più razionale per coprire il campo (lo diceva anche Zeman, anche se basandosi su principi diversi); nella fase difensiva è fondamentale la capacità di anticipo dei centrali, tutto il resto serve solo a complicare le cose; si attacca l’avversario prevalentemente sulle corsie esterne, a meno che non si possieda un fenomeno a centrocampo nel verticalizzare. Ergo, senza un Pirlo o uno Xavi, servono le ali, e il Marsiglia ne ha avute tante per volare altissimo. Dogmi di calcio d’avanguardia: senza la feroce applicazione, caduti nel nulla, fino alle meste dimissioni alla prima giornata. A uno come Bielsa, basta una sconfitta per capire se la squadre non lo segue più.

PIOLISMO – A seguire quella conferenza a Coverciano, si riesce a capire anche come il “Piolismo” abbia fatto breccia lo scorso anno nel panorama tatticamente piatto del calcio italiano. L’allenatore della Lazio aveva avuto bisogno di un certo rodaggio per riuscire a far quadrare i conti di una squadra che doveva innanzitutto cambiare mentalità. Reja chiedeva a Ledesma di tenere palla, a Mauri e Klose di giocare sornioni tra le linee, ai centrali di restare bassi in marcatura. I principi del “Bielsismo” sopra riportati sono esplosi nella primavera delle otto vittorie consecutive dello scorso anno. Serviva un centrale bravo nell’anticipare le intenzioni, prima ancora che gli scatti degli attaccanti avversari, come De Vrij. Un palleggiatore di centrocampo come Biglia, e due fulmini capaci di concentrare sulle vie esterne il gioco d’attacco, come Candreva e il redivivo Felipe Anderson, trasformatosi da brocco a FA7, alla stregua di Palloni d’Oro e assi mondiali, nel giro di un inverno. Non per niente, alla fine Pioli ha virato dal 4-2-3-1 al 4-3-3 perché pensava di aver finalmente preparato la squadra a coprire il campo nel modo in cui i santoni del calcio moderno più amano. Il declino della Lazio, per tempistica e modalità, ha ripercorso quello del Marsiglia. A un passo dal paradiso, la squadra ha perso quella ferocia e quell’applicazione nel seguire la strada maestra tracciata da chi in panchina voleva guidarla ad una visione nuova, quasi futuristica. E nel dedalo dei 28 moduli Pioli si è perso, cambiando troppo in particolare nelle ultime, disastrose trasferte. La differenza, per ora, sta nell’epilogo. Bielsa, nel suo stile, ha preferito farsi da parte, piuttosto che mettersi in discussione. Pioli ha deciso di rischiare ancora, e nelle tre notti del ritiro prima della partita contro il Genoa, il maestro proverà, forse per l’ultima volta, a radunare i discepoli alla sua tavola. Per tentare l’ultimo, disperato rilancio al tavolo da gioco, feroce e più che mai spietato per la Lazio in questa stagione, della Serie A.

Fabio Belli

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LA NOSTRA STORIA Gianni Elsner, la voce dell’etere romano

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Gianni Elsner storico conduttore radiofonico laziale


Nato a Merano il 27 settembre del 1940 Gianni Elsner arriva a Roma nel 1965. Due anni dopo inizia la sua esperienza radiofonica. Negli anni precedenti aveva fatto anche l’attore dopo aver frequentato l’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Nel 1992 è stato eletto deputato con la Lista Pannella, per poi passare al gruppo misto per divergenze sui rimborsi elettorali.

Gianni Elsner arriva alla radio quasi per caso. Raggiunge la popolarità con la trasmissione ‘Te lo faccio vedere chi sono io’. Il titolo prende il nome da una canzone di Piero Ciampi. L’idea di usarla come sigla gli viene data dal suo grande amico Luciano Re Cecconi. L’impegno, che doveva essere temporaneo, va avanti per oltre trenta anni spaziando in tutti i campi, dalla cultura al sociale. Le letture del professor Trento Morera, le poesie, le adozioni dei suoi “bambuccini” del Paraguay – che continuano ancora oggi grazie all’Associazione Gianni Elsner www.associazionegiannielsner.it/ -, la cartolina per Riccardino, le nonnine della Magliana, le sue battaglie a fianco dei meno fortunati. Ai suoi microfoni negli anni sono intervenuti campioni e stelle dello sport, esponenti della politica e delle istituzioni e, soprattutto, molta gente comune. Compagno di intere mattinate trascorse ad ascoltare i suoi racconti dal sapore di una radio antica con lui è finita l’epoca romantica dell’etere romana. Grande tifoso della Lazio, uno dei primi anchorman calcistici. Malato da tempo fino all’ultimo ha lavorato dalla sua casa-studio alla Balduina. Pochi giorni prima di lasciarci aveva compiuto 69 anni. Molti sono i giornalisti che tentano di imitarlo con scarsissimi risultati. Pochissimi quelli che spiccano per un po’ di personalità ma che risultano imprigionati nella ricerca di una propria dimensione.

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