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Flaminio e Euro 2032, Abodi conferma: per la Lazio solo un campo d’allenamento, non la svolta attesa

Di Vittorio Chirico28 Luglio 2026 - 14:313 ore fa 3 min di lettura
Abodi sul Flaminio verso Euro 2032: «Al massimo potrebbe essere usato per gli allenamenti!»

Il futuro dello stadio Flaminio non sarà scritto tra i protagonisti di Euro 2032, ma la partita più importante si gioca ancora tutta. Andrea Abodi, ministro dello Sport, ha messo le cose in chiaro: niente match ufficiali per l’impianto capitolino nella grande fetta di torneo che Italia e Turchia stanno organizzando insieme. Però, attenzione, il Flaminio potrebbe comunque entrare in gioco come base d’allenamento per le Nazionali, una chance non da poco per mantenere viva la sua rilevanza nel panorama sportivo romano.

La notizia pesa perché, per la Lazio e i suoi tifosi, lo stadio Flaminio rappresenta molto più di una struttura: è un simbolo storico che aspetta da troppo tempo di essere rilanciato, non solo per eventi eccezionali legati a tornei internazionali, ma come impianto dal respiro lungo e strutturale. Le parole di Abodi lo confermano: «Vorremmo trovare una soluzione a prescindere dal torneo». Un messaggio chiaro che spiazza chi sperava in un ritorno clamoroso tra gli stadi di gara e mette al centro un tema più ampio e ben più delicato.

Il problema di fondo rimane la gestione e la valorizzazione degli impianti sportivi nella Capitale, un tema che da anni solleva dubbi e malumori nelle stanze di Formello e tra i tifosi biancocelesti. Già ora, mentre Gennaro Gattuso cerca di imprimere una svolta tecnica e mentale alla squadra, le infrastrutture non sembrano rispondere a una visione chiara e unitaria. Il Flaminio, con la sua storia e la voglia di rinascere, è il simbolo di questa dicotomia tra tradizione e modernità, tra il sogno di uno stadio storico da riportare agli antichi fasti e la realtà di investimenti e scelte che sembrano procedere a rilento.

A proposito degli altri impianti, Abodi ha lasciato intendere che la scelta formale spetterà alla FIGC, mantenendosi in un ruolo di coordinamento ma non entrando nel merito. È un segnale che mette in evidenza come il destino degli investimenti e della rinascita degli stadi italiani non sia solo una questione tecnica o economica, ma anche politica e istituzionale. Per la Lazio, sponda tifoseria, resta l’attesa di segnali concreti: come si può pensare di programmare un rilancio sul piano sportivo senza un dialogo chiaro sull’ambiente che dovrebbe supportare la squadra, la città e i suoi appassionati?

Il rischio è che il Flaminio resti incastrato in un limbo, un luogo di promesse mai mantenute, una sorta di progetto fantasma dove le ambizioni incontrano la realtà burocratica incapace di definire una linea precisa. La sensazione che si respira a Roma, tra chi segue la Lazio giorno dopo giorno, è che questo sia l’ennesimo caso di occasione sprecata o quantomeno rinviata. Nel frattempo, la piazza si interroga: è sostenibile questa situazione? I tifosi chiedono rispetto per una storia e per una città che meritano risposte, non silenzi o annunci che restano parole nel vento.

In tutto questo, la domanda resta aperta: il Flaminio sarà davvero solo un campo d’allenamento per Euro 2032 o riuscirà a tornare a essere qualcosa di più, un impianto vivo e pulsante, capace di rispondere alle ambizioni di un club e di una città forti di un’identità unica? La Lazio e i suoi sostenitori non possono accontentarsi di mezze soluzioni, né di una semplice vetrina temporanea.

«Serve un segnale vero», si sente a Roma, e forse è proprio questo che manca oggi. Il futuro del Flaminio non dovrebbe dipendere solo da un grande evento sportivo, ma da una strategia chiara e condivisa che metta finalmente al centro il rispetto per la storia, per la città e per quei tifosi biancocelesti che non smettono mai di sperare. Perché in fondo, il problema non è solo lo stadio, ma il messaggio che la società e le istituzioni lanciano a chi vive la Lazio come una religione.

La domanda, adesso, resta sul tavolo. E i tifosi, questa volta, non sembrano disposti a fare finta di nulla.

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