La foto è chiara: pubblico, squadra e mister Gattuso trovano un abbraccio che non si vedeva da tempo, ma il quadro politico-societario rimane grigio. Diletta Riccelli, volto noto del giornalismo romano, ha riassunto con nettezza quello che molti tifosi sentono: una passione che si affievolisce sotto il peso di scelte economiche e comunicative discutibili. Non è una questione di risultati precampionato — la vittoria ad Ascoli ha mostrato segni di vita — ma di fiducia. Quando la gente fatica a riempire gli spalti perché i biglietti costano, gli orari sono assurdi e la comunicazione societaria suona spesso sorda, il problema smette di essere tecnico e diventa politico.
Il progetto Flaminio: recupero culturale o specchietto ?
Riccelli evidenzia le criticità più pratiche: accessibilità, parcheggi e tutela dell’assetto architettonico del complesso Nervi. Ha ragione da vendere: un intervento architettonico non si misura solo in metri di curva aggiunta, ma nella capacità di restituire alla città uno spazio fruibile dalle famiglie, dai tifosi e dai cittadini. E qui entra in gioco la domanda scomoda: questo progetto è pensato davvero per la Lazio e per chi la ama, o è più una manovra di immagine e ambizione politica?
“Lotito è il presidente più longevo della storia del calcio biancoceleste. Io sono appassionata di storia delle monarchie e azzardo un piccolo paragone. Mi ricorda Hassanal Bolkiah, Sultano del Brunei in carica dal 5 ottobre 1968. Un monarca che tiene sotto scacco il piccolo paese asiatico da quasi sessant’anni.”
La citazione di Riccelli, sferzante, parla di un rapporto autoritario tra gestione e popolo biancoceleste: eloquente e inquietante al tempo stesso.
La verità è che la squadra paga il prezzo di una gestione che risparmia dove non dovrebbe e spende dove conviene più alla narrazione che al sostegno sportivo. Il direttore sportivo Mario Rossi e lo stesso Gattuso hanno il compito concreto di ricostruire equilibrio tecnico e fiducia, ma non possono compensare da soli scelte dirigenziali che allontanano le famiglie dallo stadio. E non aiuta che si parli del Flaminio come vetrina per candidature e progetti politici: se davvero l’obiettivo è riavvicinare intere generazioni, allora servono trasparenza, investimenti mirati e un piano di mobilità che non trasformi l’uscita dallo stadio in un calvario.
Il tifoso medio non chiede miracoli: chiede rispetto del proprio tempo e dei propri soldi. Gattuso può provare a rimettere insieme grinta e gioco, il pubblico potrà tornare piano piano, ma la ricetta non funzionerà finché la dirigenza — e quel che resta del «regno» — continuerà a considerare la Lazio più come un asset da spremere che come una comunità da servire. È questo il punto: ci sarà mai chi decide di mettere al centro la passione e non il profitto o la carriera politica? Oppure il vero progetto sarà sempre quello del teatro delle ambizioni, mentre gli spettatori se ne vanno a casa?