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LA NOSTRA STORIA – Fulvio Bernardini: un grande laziale a Trigoria

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Rubrica la nostra storia di Laziochannel

Nato a Roma il 28 dicembre del 1905 viene registrato all’anagrafe solo il 1 gennaio del 1906, per fargli guadagnare un anno, perché a quei tempi si usava fare così. Fulvio Bernardini è stato il primo giocatore “universale” del calcio romano e italiano.

SFILATINO

Abbinava grande dinamismo a una tecnica sopraffina, sapeva giocare in qualsiasi ruolo del centrocampo e segnava quasi come un attaccante. Bernardini inizia la sua carriera da portiere. Comincia a giocare in una squadra dell’oratorio di San Sebastiano chiamata Exquilia. Da ragazzo veniva soprannominato “sfilatino” perché aveva sempre delle pagnottelle che la mamma gli metteva nella borsa sportiva.

L’ARRIVO IN BIANCOCELESTE

Arriva alla Lazio a 13 anni e mezzo presentato dai soci Mangialaio e Riccioni e viene aggregato alla squadra Ragazzi. Poco dopo esordì in porta nel torneo dedicato al calciatore laziale Alberto Canalini caduto durante la Prima Guerra Mondiale. Era il 1919 e lui si comportò talmente bene che fu promosso portiere titolare fino alla metà della stagione 1920/21 quando, chi dice a causa di una sconfitta con il Naples per 4-2 e chi invece parla un colpo in testa preso durante un derby contro la Fortitudo che lo portò a sfiorare la morte, chiese di poter giocare in attacco. I dirigenti, vista la sua bravura come portiere all’inizio non volevano accontentarlo ma poi decisero di provarlo centravanti nella squadra riserve.

GIOCATORE UNIVERSALE

Anche in questa posizione Fulvio si destreggiò alla grande ma improvvisamente, verso il termine della stagione, chiese di nuovo di essere cambiato di ruolo e cominciò a giocare come centrale difensivo anche se, a seconda dei momenti della partita, occupava tutti i ruoli. In quel periodo l’allenatore era Baccani e la squadra, che giocava alla Rondinella, per tre volte fu la vincitrice delle semifinali interregionali, per altre tre fu Campione della Lega Sud, due volte finalista della stessa Lega – anche se vennero prese decisioni tese a revocare il risultato ottenuto sul campo – e una volta vinse la Prima Divisione. Non si sa quante partite abbia giocato con la Lazio, dato che a quei tempi i giornali non riportavano sempre le formazioni, comunque dovrebbero essere intorno alle 100 mentre i gol furono circa 65.

PRIMO IN NAZIONALE

Il 22 marzo 1925 fu il primo giocatore del centro-sud ad essere convocato in Nazionale per l’incontro Italia-Francia finito con il punteggio di 7-0 per i nostri. Durante il suo periodo biancoceleste indossò la maglia azzurra altre otto volte. Ma nello stesso anno si cominciarono a registrare i primi dissapori con la Lazio. La squadra, alla fine del Campionato 1925/26, finì terza in classifica alle spalle delle rivali Alba e Fortitudo. Bernardini con la sua grande personalità condizionava il gioco della squadra e i rapporti interni.

I PRIMI DISSAPORI CON LA SOCIETA’

Anche fuori dal terreno di gioco cominciò a mostrare una certa insofferenza e qualcuno ne cominciò a criticare certi atteggiamenti di superiorità. Ebbe dei duri confronti con i compagni e inoltre, a soffiare sul fuoco, le grandi società del Nord iniziarono a interessarsi al calciatore. Bernardini respinse un’offerta della Juventus e il dirigente Olindo Bitetti, venutone a conoscenza, ritenne opportuno trovare subito un impiego in banca per il giocatore.

L’INCOMPRENSIONE CHE PORTO’ AL DIVORZIO

Fulvio fu grato alla società ma arrivò un’offerta dell’Internazionale che proponeva al calciatore uno stipendio mensile di 3.000 lire e un premio di rinnovo annuale di 50.000 lire. Bitetti capì subito il pericolo che questa offerta significava per la Lazio e, presentatosi da Bernardini, gli ricordò il fatto che aveva promesso al padre in punto di morte che mai avrebbe lasciato la Lazio. A Bernardini però arrivò un messaggio diverso e il giocatore credendo che gli si stessero rinfacciando le spese sostenute dalla società per il funerale del padre infuriato si trasferì all’Inter.

FRA I PRIMI GIOCATORI A LAUREARSI

L’ultimo che tentò di trattenerlo nella capitale fu il Generale Giorgio Vaccaro che, quando si rese conto che non c’era più nulla da fare, impose al giocatore di pagare un indennizzo di 20.000 lire alla società. Nonostante le proteste del calciatore, suo fratello Vittorio firmò 20 cambiali da 1.000 lire l’una. Un giocatore che per tanti anni era stato il simbolo della Lazio e per il quale i tifosi biancocelesti stravedevano se ne era andato. Nell’Internazionale “Fuffo“, questo era il suo soprannome, rimase fino al 1928: giocò 58 partite e segnò 27 reti. Nel frattempo si laureò alla Bocconi in Scienze Economiche. Nello stesso periodo c’erano soltanto altri due giocatori laureati: Rava e Frossi.

IL PASSAGGIO ALLA ROMA

Quando ormai la Lazio stava cominciando ad abituarsi all’assenza del giocatore nell’estate del 1928 Bernardini accettò di trasferirsi alla Roma. Il giocatore divenne il punto di forza dei giallorossi e si immedesimò talmente nel carattere della squadra testaccina che, con Attilio Ferraris (IV), ne divenne il simbolo, giocando quasi sempre da centromediano. Avversario implacabile nei derby, si distingueva alla fine della partita per la signorilità e l’affetto con cui salutava i calciatori biancocelesti come se quei colori fossero sempre rimasti indelebili nell’anima del campione. Con la Roma giocò fino al 1939, scendendo in campo 286 partite e segnando 45 reti.

LA NAZIONALE

Fece parte della Nazionale fino al 1932 giocando 26 partite, segnando 3 reti e conquistando la medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1928. Il rapporto con il CT Vittorio Pozzo fu molto conflittuale. Il Commissario Tecnico non lo portò né ai Mondiali del 1934 né a quelli del 1938 giustificandosi dicendo: “Fulvio gioca troppo bene per essere capito dai compagni”. Nel frattempo Bernardini scriveva su Il Littoriale articoli riguardanti la tecnica e la tattica nel gioco del calcio e, una volta finita la carriera, divenne anche giornalista professionista. Lasciata la Roma giocò fino al 1943 con la squadra romana della Mater.

DA ALLENATORE

Dopo l’abbandono dell’attività agonistica e terminata la guerra iniziò la carriera di allenatore con la Roma nel 1949/50 ma il rapporto si chiuse con un esonero. Dal 1951 al 1953 guidò il Vicenza in Serie B. Nel 1956 alla guida della Fiorentina conquista uno storico Scudetto aggiudicandosi anche il premio “Il Seminatore d’Oro”, che bissò con il Bologna nel 1964. Nel 1958 allena la Lazio, con la quale vince la Coppa Italia, primo successo dei biancocelesti. Va sottolineato che questi successi furono gli unici ottenuti da squadre non di Milano o Torino nel dopoguerra fino agli anni ’70. Fu allenatore della Lazio dal 1957/58 al 1960/61 totalizzando 92 panchine. Dal 1961/62 al 1965 fu a Bologna e poi si trasferì alla Sampdoria fino al 1971. Chiuse la sua carriera a livello di club, ricoprendo il ruolo di direttore tecnico nel Brescia.

LA SCOMPARSA

Nel 1974 dopo la disfatta ai Mondiali  tedeschi fu chiamato ad allenare la Nazionale italiana, ruolo che ricoprì fino al 1977. Dopo aver lasciato la Nazionale ricoprì il ruolo di Direttore Generale nella Sampdoria fino al 1979. Morì a Roma il 13 gennaio 1984 a causa di sclerosi laterale amiotrofica diagnosticatagli tre anni prima: le cause della sua morte furono note solo vent’anni dopo, in quanto all’epoca non erano ancora state ipotizzate correlazioni dell’insorgere di tale malattia con l’attività agonistica. Bernardini è stato sepolto nel Cimitero Flaminio a Roma. A suo nome è intitolato il Centro Sportivo di Trigoria della A.S. Roma.

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Capocannonieri Europei: favoriti e campioni storici.

Capocannonieri Europei – Chi sarà il nuovo bomber di Euro 2020? Immobile, Ronaldo o Lukaku?

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Capocannonieri europei
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Capocannonieri europei

I campionati Uefa Euro 2020, iniziati lo sorso giovedì 11 giugno, sono giunti alle porte del terzo turno di qualificazione. La nostra nazionale ha esordito nel girone A con due vittorie per 3-0 su Turchia e Svizzera e già è qualificata per gli ottavi di finale.

Rispetto a prima dell’inizio del campionato i pronostici sono lievemente cambiati e le scommesse europei impazzano sia per la possibile vincente sia per la classifica dei capocannonieri. Attualmente i marcatori in cima alla classifica Euro 2020 sono Cristiano Ronaldo del Portogallo e Patrik Schick della Repubblica Ceca, con tre reti segnate a testa.

Quest’anno il campione portoghese, Ronaldo, con questi 3 gol segnati supera il record di 9 gol detenuto per anni dal francese Michel Platini, si porta a 107 gol in nazionale e 781 in carriera, bottino che potrebbe implementare ulteriormente nella prossima partita di qualificazione e se la nazionale portoghese riuscirà ad andare avanti nella competizione.

Capocannonieri Europei

Quali sono stati i migliori Capocannonieri Europei? Nella storia degli Europei altri campioni prolifici sono stati due giocatori inglesi, Alan Shearer e Wayne Rooney rispettivamente con 7 e 6 reti a testa, così come i francesi Antoine Griezmann e Thierry Henry.

Sempre a segno con 6 reti i giocatori olandesi Patrick Kluivert e Ruud van Nistelrooij, il portoghese Nuno Gomes e lo svedese Zlatan Ibrahimovic. Chiudono la classifica di migliori marcatori di sempre con 5 reti il francese Zinédine Zidane, i tedeschi Mario Gòmez e Jürgen Klinsmann, l’olandese Marco Van Basten, in ceco Milan Baroš, lo spagnolo Fernando Torres ed il serbo Savo Milosevic.

Si sa, più le squadre vanno avanti più i giocatori hanno possibilità di aumentare il personale bottino di gol. Ben potrebbero sperare gli italiani Ciro Immobile e Manuel Locatelli, entrambi hanno segnato due reti a testa e mentre per Locatelli ci si sorprende, ci si aspetta continui a segnare l’altro azzurro, Immobile.

Altri giocatori da tenere d’occhio e che già sono proiettati verso gli ottavi sono l’olandese Denzel Dumfries ed il belga Romelu Lukaku, entrambi hanno già segnato 2 gol in 2 partite giocate. Altri due giocatori, entrambi ucraini, Andriy Yarmolenko e Roman Jaremchuk, hanno segnato due gol a testa. Domani l’Ucraina si giocherà l’accesso diretto agli ottavi contro l’Austria e potrebbero essere questi due giocatori a segnare le sorti della loro squadra.

La Spagna quest’anno non sta facendo benissimo ed i suoi campioni, primo fra tutti Morata nemmeno. Ci si attende anche qualcosa in più dal polacco Lewandosky che proprio contro la nazionale spagnola ha segnato il suo primo gol dell’Europeo. Ci si aspettava molto di più, vedremo in questo terzo turno.

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Cataldi, un play per Sarri. Un’idea per la nuova Lazio

Cataldi Play della nuova Lazio? L’idea prende piede. Sarri può essere interessato alle giocate del mediano romano.

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Cataldi
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Cataldi potrebbe finalmente avere la chance per diventare un punto fermo della Lazio.

L’estate è appena iniziata e i calciatori sono in vacanza. In casa Lazio è tanta l’attesa per la squadra che verrà. Maurizio Sarri si sta godendo gli ultimi dieci giorni di vacanza, dopo di che bisognerà partire per una nuova avventura. La Lazio ha preso Sarri, quantomeno per lottare fino all’ultima giornata per un posto in Champions League.

Lunedì 5 luglio inizierà la settimana delle visite mediche alla clinica Paideia poi, venerdì 9, la squadra partirà per il ritiro di Auronzo di Cadore, dove resterà dal 10 al 28 luglio. Qui si può vedere anche il programma delle amichevoli.

Cataldi nel 4-3-3 di Sarri

In questi giorni c’è tanta curiosità per la Lazio che il tecnico toscano ha in mente, (fotografato in compagnia di Guccini e Bartoletti). Quella fra la Lazio e Maurizio Sarri è una stimolante situazione che potrebbe lasciare il segno nel nostro campionato.

Lotito non è un stolto e anche Sarri sa il fatto suo. “Fare di necessità virtù”, sarà il motto da seguire, ma non solo per le contingentate risorse economiche a disposizione della Lazio, ma anche perché a Sarri piace fare calcio e inventare inaspettate novità tattiche. Una di queste potrebbe essere proprio quella di provare come play davanti alla difesa Danilo Cataldi.

Il mediano romano fra poco compirà ventisette primavere (6-8-94), ed è nel pieno della sua maturità calcistica. L’arrivo di un mister come Sarri, potrebbe essere importante per un giocatore che, come Cataldi, ha sempre trovato poco spazio con Inzaghi, il quale puntava su un altro tipo di centrale.

A dispetto del tecnico piacentino, Sarri predilige invece un play basso davanti alla difesa, in stile Valdifiori o Giorginho. Centrali diventati grandi grazie proprio all’ex tecnico della Juventus. Non il mediano di rottura, ma uno che pensa, che detta il ritmo alla squadra. Il perno centrale di tutto il gioco.

Cataldi

Seppur ancora non emerse del tutto -ha sicuramente queste attitudini di gioco. Nonostante lo scorso anno sia stato utilizzato molto poco, e scavalcato nelle gerarchie sia da Escalante e Akpa-Akpro, va ricordato che il giocatore nell’anno che stava portando la Lazio a vincere lo scudetto, proprio ai danni della Juve allora allenata da Sarri (poi campione d’Italia), stava giocando alla grandissima. Da ricordare anche la stupenda punizione nella vittoria della finale di Supercoppa Italiana, sempre contro i bianconeri. Forse la sua annata migliore, dopo l’anno di Pioli nel “lontano” 2014-’15.

Dopo Pioli e le successive stagioni che ne seguirono, positiva fu sopratutto l’esperienza fatta a Benevento, dove collezionò 29 presenze, 1 reti e 3 assist. Tornato a roma ormai da 3 anni, per il ragazzo nato a Ottavia è tempo di scelte. Capire se Sarri può dargli quella fiducia che Inzaghi non gli concedeva. Il mediano romano c’è come giocatore, ed ha potenzialità inespresse. Sarri potrebbe valutare il giocatore e farsi una sua idea. D’altronde i piedi ce li ha, i tempi di gioco anche, a livello fisico è diventato più robusto e tatticamente è molto intelligente.

Chissà se l’anno che verrà potrà essere quello della definitiva consacrazione con la maglia della Lazio?

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Maurizio Sarri: all-in di un impiegato diventato grande

Quella di Maurizio Sarri, neo tecnico della Lazio, è una storia fatta di sacrifici, fatica e obiettivi ben chiari in mente

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maurizio sarri
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La notizia è ufficiale da qualche giorno: Maurizio Sarri è il nuovo allenatore della Lazio. Quella del tecnico toscano è la classica storia da usare come esempio per descrivere il cammino di chi ce l’ha fatta.

Un mantra per giovani e non solo, una storia di coraggio, sprezzo del pericolo, rischi, sacrifici e, naturalmente, un’ambizione fuori dal comune. Sarri e il calcio, il calcio e Sarri, un rapporto che non decolla nell’immediato in adolescenza.

La passione c’è e il suo passato da calciatore tra i dilettanti lo testimonia, ma ben presto Maurizio capisce che quella porta che in troppi vogliono varcare è troppo stretta, in linea con il più classico degli “Uno su mille ce la fa”. A 30 anni inizia a dedicarsi alla panchina ma, il pane, lo porta a casa in virtù del suo impiego, quello di dipendente della Banca Toscana.

ALL-IN

Il calcio, però, la fa da padrone nella testa di Sarri, pertanto 10 anni dopo (nel 1999) lascia il lavoro per immergersi esclusivamente nella sua vocazione. La strada è dura e gli schiaffi in faccia si fanno sentire ma il carattere è più forte di ogni cosa. Così partendo dal Valterna (club toscano di Eccellenza) inizia la sua scalata. Corre l’anno 2000 quando, sulla panchina della Sansovino (club di Eccellenza), ottiene la promozione in C2 in appena 3 stagioni.

Con gli aretini conquista inoltre la Coppa Italia D e la stagione successiva approda in C2, ma lo fa sulla panchina della Sangiovannese. Pronti via ed è subito promozione in C1 che, per lui, si traduce in un doppio salto che l’anno successivo gli apre le porte della Serie B, al Pescara. Da qui una serie di alti e bassi che lo portano a galleggiare tra Serie B e Serie C sulle panchine di Arezzo, Avellino, Verona, Perugia, Grosseto, Alessandria e Sorrento.

IL SOGNO CHE SI AVVERA

La svolta arriva quando Sarri viene chiamato ad allenare l’Empoli in vista della stagione 2012-2013, conclusa con il quarto posto e la sfortunata eliminazione ai playoff contro il Livorno. L’anno dopo è quello buono e la sensazione è che qualcosa, nella sua carriera, stia davvero iniziando a muoversi. L’Empoli chiude al secondo posto centrando di diritto la promozione in Serie A. Per Maurizio è un sogno che si avvera. Un sogno, certo, come fanno tutti i bambini e i ragazzi innamorati di questo sport.

Quello di Sarri, però, è un sogno di spessore superiore, perché lecito e semplice è sognare (al netto dei sacrifici per emergere in tenera età) da bambini, ma decisamente più difficile è farlo a 40 anni suonati. Una scelta, quella del classe ’59, presa in barba alla paura, all’incertezza del futuro, con la consapevolezza di non poter sbagliare e di non avere un salvagente. Una sorta di all-in sulla sua vita, una scommessa sul fatto che il calcio sarebbe diventata la fonte della sua quotidianità. Umiltà, dedizione, pochi peli sulla lingua e tanta, tanta gavetta. Il resto è storia nota.

Maurizio Sarri

Maurizio Sarri sulla panchina dell’Empoli

INTER SU RADU

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