La notizia è stata raccontata come un ritorno all’ordine: Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC, Claudio Ranieri chiamato a disegnare il progetto tecnico e Roberto Mancini confermato (o richiamato) in veste di commissario tecnico. Sono nomi che rassicurano la platea dell’establishment calcistico: esperienza, riconoscibilità, zero sussulti. Ma trasformare questo annuncio in un rilancio significa confondere la forma con la sostanza. Il problema dell’Italia del pallone non è l’assenza di volti noti, è l’assenza di idee praticabili che colleghino le scuole calcio al professionismo, che ridiano respiro alle società minori e che fermino l’inarrestabile erosione della passione in favore del marketing.
Una scelta comoda per chi comanda
Chi governa il calcio italiano sembra avere spesso un debole per soluzioni che non mettono in discussione equilibri e interessi consolidati: si chiamano nomi solidi quando serve assestare il colpo d’immagine e si etichetta «progetto» quel che somiglia più a una staffetta tra poltrone. Ranieri porta esperienza logistica, Malagò capacità relazionale, Mancini un racconto vincente. Ma la domanda per i tifosi e per chi paga imposte resta netta: servirà tutto questo a smontare conflitti sistemici, a rimettere risorse e formazione dove davvero servono? Anche nella gestione dei club si nota spesso la tendenza a preservare equilibri interni piuttosto che a promuovere riforme strutturali. In questo senso, la scelta è comoda, non coraggiosa.
Il calcio moderno paga il conto di anni in cui le priorità sono state merchandising e comunicazione, non il talento e la sostenibilità. Le nomine possono funzionare da apripista soltanto se accompagnate da scelte concrete: maggiore trasparenza nella governance, incentivi per le società giovanili, regole più stringenti sulla gestione dei vivai e controlli veri sui conti. Senza questo, anche il presidente più autorevole e l’allenatore più famoso rischiano di recitare lo stesso copione su un palco che perde spettatori e identità.
A tifosi, genitori e volontari delle società di provincia non serve la sicurezza di un volto noto in ufficio: serve che lo Stato e la Federcalcio intervengano sulle infrastrutture, che le risorse tornino dove si formano i ragazzi e che le società aumentino trasparenza e rendicontazione dei progetti sul territorio. Se si vuole davvero un nuovo ciclo per la Nazionale, si cominci da qui. Altrimenti resterà solo un bel titolo di giornale e le solite promesse brillanti come vetrine, vuote dietro le quali tutto continua come prima.