Vietare la trasferta a Bologna: il tifoso punito, la responsabilità rimandata
La notizia è semplice e amara: ai tifosi dei Biancocelesti è stata negata la trasferta per Bologna e Alfredo Parisi, presidente di Federsupporter, ha annunciato a Radio Laziale che "Faremo ricorso! È vergognoso...". Il punto non è soltanto l'indignazione rituale di chi rappresenta i sostenitori — è che, ancora una volta, la misura punitiva arriva sul pubblico mentre chi dovrebbe governare il gioco mostra la grazia della prosopopea: comunicati freddi, responsabilità sfumate e una dirigenza che preferisce la fotografia istituzionale alla soluzione dei problemi concreti.
Il paradosso: vietare i tifosi e lasciare aperte le contraddizioni
Il divieto sembra una toppa autoritaria su una camicia già rattoppata: da una parte lo Stato e le forze dell'ordine argomentano sicurezza; dall'altra la situazione degli impianti, la gestione degli eventi e la qualità delle relazioni con i tifosi restano questioni irrisolte. La vicenda dello Stadio Flaminio torna utile come simbolo: si parla di impianti, non di persone, e così la soluzione preferita è spesso il veto invece dell'investimento. Nel mezzo ci sono famiglie, lavoratori e chi si sobbarca trasferte e spese per un weekend: sono loro a pagare per primi il prezzo delle tensioni che altri non vogliono affrontare a viso aperto.
La responsabilità politica e manageriale va denunciata con chiarezza. Se la squadra, guidata dall'allenatore e gestita dalla dirigenza sportiva, fatica a creare un rapporto vero con la tifoseria, la colpa non arriva dal pullman dei tifosi ma dalla distanza culturale tra club e territorio. E poi c'è "Il Patron": quanto conta la scelta comunicativa del vertice nel creare malintesi che degenerano in misure estreme? Non chiamatela complottistica: chiamatela verifica di responsabilità. Parisi vuole ricorso: è una risposta legittima e necessaria. Ma serve anche che la società e la dirigenza smettano di limitarsi a comunicati e comincino a governare, non a reagire.
Il tifoso che viene fermato alla curva non è un problema di ordine pubblico fine a sé stesso: è il termometro di un sistema che preferisce il divieto al dialogo, l'istantanea al progetto. Se davvero vogliamo meno scontri e più tifosi negli stadi, bisogna scegliere da che parte stare: con chi spende tempo e denaro per esserci, oppure dietro a comodi comunicati che trasferiscono la responsabilità sul prossimo capro espiatorio? Parisi ha scelto la strada legale: il resto spetta a chi guida il club e a chi decide in Prefettura. I tifosi aspettano risposte, non scuse.