Euro 2032 e gli stadi che non ci sono: club, proprietà e istituzioni alla prova dei fatti
La frase di Giovanni Malagò — "Oltre a Torino? Non spetta a me dirlo, ma..." — è la solita formula di circostanza che rimbalza tra conferenze e comunicati, utile per non prendersi responsabilità e perfetta per chi preferisce che nulla cambi davvero. Se la candidatura per Euro 2032 vuol sembrare un’occasione di prestigio internazionale, allora avrebbe senso che i soggetti coinvolti smettessero di recitare la parte del solo spettatore interessato. Il punto non è solo quale città ospiterà le gare: è chi, come e con quali soldi costruirà gli stadi, li lascerà in eredità al territorio e si assumerà i costi politici e sociali di scelte che riguardano contributi pubblici, diritti dei tifosi e gestione degli spazi urbani.
La società-azienda e la proprietà: responsabilità o comodi alibi?
Da tifoso stanco a cittadino arrabbiato: quando si parla di stadi, la società sportiva e la sua proprietà non possono limitarsi a esercizi di stile e a richieste di eccezioni. Negli ultimi anni alcune gestioni hanno mostrato dove sono le priorità: bilanci, asset e trattative più che progetti condivisi con le comunità. Il calcio moderno ha trasformato i tifosi in clienti, ma i tifosi restano persone con diritti: trasparenza sui piani di investimento, garanzie sull’accesso agli impianti e spiegazioni pubbliche su chi paga cosa dovrebbero essere la base minima. La governance del club dovrebbe fare la sua parte fuori dal campo, anziché contare sugli alibi istituzionali.
Passerelle, soldi pubblici e una legacy che non si vede
Gli Europei dovrebbero lasciare qualcosa di concreto: impianti più sicuri, mobilità migliorata, posti di lavoro duraturi. In Italia invece spesso restano passerelle politiche e cantieri rimasti a metà. Se la strategia è aspettare che qualcuno decida per noi — l’Europa, i tavoli regionali o altri attori — la conseguenza è che la città e i tifosi vengono messi in secondo piano. Le amministrazioni locali e le società devono spiegare come intendono evitare che i progetti diventino opportunità sprecate. Pretendere che la responsabilità cada sempre sugli altri è una pratica comoda: il vero esame lo devono sostenere chi possiede e dirige i club, con i conti aperti e senza scuse.
Alla fine, tra chi si sottrae, amministrazioni che temporeggiano e proprietà che non chiariscono i piani, restano i tifosi — e il buio dei cantieri non è buono per nessuno. Non si chiede un miracolo: si chiede che le parole diventino atti, che il bilancio non resti l’unica lingua parlata e che chi ha potere spieghi pubblicamente come intende usare quel potere. Senza questo, Euro 2032 rischia di essere solo l’ennesima cartolina, bella da sfogliare ma inutile per chi paga biglietti, abbonamenti e trasferte e vorrebbe solo un luogo degno dove tifare.