Seguici sui Social
PUBBLICITA

Arabic AR Chinese (Simplified) ZH-CN English EN French FR Italian IT Russian RU Spanish ES


Focus

LA NOSTRA STORIA Trilussa ‘L’aquila vola alta, tutto il resto striscia’

Avatar

Pubblicato

il

Trilussa poeta romano
PUBBLICITA


Il 26 Ottobre del 1871 in Via del Babuino, a Roma, nasce Carlo Alberto Salustri, più noto con lo pseudonimo di Trilussa (anagramma del cognome). Il padre, Vincenzo, è un cameriere nativo di Albano, la madre, Carlotta Poldi, è una sarta di origini bolognesi. Orfano del padre a soli tre anni, ha un’infanzia poverissima e compie studi irregolari. Negli anni della sua gioventù non si mostrò un grande studioso, tanto che abbandonò gli studi dopo la terza elementare. Il suo estro però non ci mise molto a venire alla ribalta.

Trilussa esordisce giovanissimo nel 1887 componendo alcune poesie per il Rugantino di Luigi Zanazzo. Intorno al 1890 pubblica sonetti sul Don Chisciotte diretto da Luigi Lodi sul Messaggero, del quale poi fu a lungo collaboratore, e su “Il travaso delle idee“. Tra il 1913 e il 1920 andò ad abitare a Campo Marzio. Qui trovò il grande amore con una ragazza trasteverina. Al caffè Aragno, ritrovo degli intellettuali romani, preferisce l’osteria. Nel 1917 viene pubblicato un suo scherzoso “allungamento” della famosa filastrocca “La Vispa Teresa“. Un fascicoletto che allegramente rivisitò la poesiola e che riscosse un grande successo al punto di essere stampato più volte. Sulla scia del successo iniziò a frequentare i “salotti” nel ruolo di poeta-commentatore del fatto del giorno. Durante il Ventennio evitò di prendere la tessera del Partito Fascista. Preferì sempre definirsi un non fascista piuttosto che un antifascista. Pur facendo satira politica i suoi rapporti con il regime furono sempre sereni e improntati al reciproco rispetto.

LO STILE DI TRILUSSA

Con il suo linguaggio arguto Trilussa ha commentato circa cinquant’anni di cronaca romana e italiana, dagli anni di Giolitti sino agli anni del fascismo e a quelli del dopoguerra. Nelle sue tematiche la corruzione dei politici, il fanatismo dei gerarchi, gli intrallazzi dei potenti sono solo alcuni dei suoi bersagli preferiti ma non furono gli unici, anzi i temi furono svariati e diversi. Fu in grado di sostituire alla Roma popolana quella borghese ed alla satira storica l’umorismo della cronaca giornaliera. Nella cultura popolare, specialmente a Roma e dintorni, le sue opere sono diventate con il tempo fonti di massime e detti diventati celebri.

Il 1° dicembre 1950 Luigi Einaudi lo nomina senatore a vita “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo letterario ed artistico”, venti giorni prima che morisse. Già da tempo malato, presago della fine imminente, con immutata ironia il poeta commentò: “M’hanno nominato senatore a morte”. Sommerso da telegrammi e lettere di congratulazioni che gli giunsero da tutte le parti del mondo, disse agli amici che erano con lui: “Hanno trovato la maniera di seppellirmi prima del tempo”. Venti giorni dopo Trilussa muore: è il 21 dicembre del 1950. Difficile scegliere un sonetto, un aforisma o una poesia del poeta romano. Noi – fra le molte – abbiamo deciso per una molto vicina al tifoso di curva, spesso additato come il male del nostro calcio. Beh, noi di laziochannel.it non crediamo che il male del calcio siano i tifosi ed è per questo motivo che abbiamo scelto questa splendida poesia scritta dal poeta.

ER TEPPISTA

Credi ch’io sia monarchico? Pe’ gnente:
che me ne frega? E manco socialista!
Repubbricano? Affatto! Io so’ teppista
e, pe’ de più, teppista intransiggente!

Ciancico, sfrutto, faccio er propotente
cór proletario e cór capitalista,
caccio er cortello, meno a l’imprevista,
magno e nun pago e provoco la gente.

Se me capita, sfascio: e sputo in faccia
a le donne, a li preti, a li sordati…
Ma nun me crede poi tanto bojaccia:

che so’ più onesto, quanno semo ar dunque,
de tutti ‘sti teppisti ariparati
de dietro a ‘na politica qualunque!

Apprezzato dai tifosi biancocelesti Trilussa venne anche citato nella stagione  1988/89 con il ritorno della Lazio in serie A. Il 28 maggio 1989 in occasione del derby gli Irriducibili presero spunto dai suoi sonetti: Te n’è costata de fatica… co’ le ragazze ‘sta resistenza nu’ la trovi mica”, “Da dove sei sortito, dar bagajo de quarche salumaio?“, Er vecchio ciuccio che strascina er carico è sempre più amaro, come fatichi povero somaro”, Sfonna, spara, ammazza ma non sai intigne er biscotto ne la tazza”, tutto questo con lo stendardo con ildisegno del Poeta Trilussae la frase Irriducibili è poesia”. Quattro frasi in romanesco, scritte su lunghi striscioni, che diedero un’ulteriore novità e originalità alla tifoseria biancoceleste.

SEGUICI ANCHE SU TWITTER

Continua a leggere
Pubblicità

Focus

LA NOSTRA STORIA Maurizio Manzini, una vita dedicata alla LAZIO

Avatar

Pubblicato

il

Maurizio Manzini storico team manager della Lazio


Oggi, 25 novembre, in casa biancoceleste si festeggia un avvenimento importante. Ricorre infatti il compleanno della “storia della Lazio“. Di colui che sin dal 1971 prestò le sue prime collaborazioni nella grande famiglia biancoceleste: Maurizio Manzini.

COME NASCE IL MAURIZIO MANZINI LAZIALE

“Sono l’unico tifoso biancoceleste in una famiglia di romanisti. Mio padre mi por­tò per la prima volta all’Olimpico in occasione di un derby perso. Al termine della partita mi disse: “Maurizio, hai visto, abbiamo vinto”. Io gli risposi: “Papà, mi piacciono quelli con la maglia celeste!”. Diventai laziale così, nonostante la sconfitta. Ero un tifoso accanito. Seguivo la squadra in trasferta. Facevo anche quattordici ore di treno per vedere la mia Lazio. Una volta a Brescia perdemmo male e mi ritrovai con altri cinque tifosi a contestare la squadra. Faceva un freddo pazzesco. Ricordo ancora Trippanera, il massaggiatore della Lazio, che ci lanciò un secchio d’acqua per allontanarci”.

MAURIZIO MANZINI DIRETTORE DELLE VENDITE PER L’ITAVIA

Grande tifoso laziale, prima di entrare nei ranghi biancocelesti era il direttore delle vendite di una compagnia aerea privata. Allora lavorava per l’Itavia, la società che organizzava le trasferte dei biancocelesti. Un giorno si presentò l’occasione di organizzare una trasferta a Bergamo proprio per la Lazio. Da quel giorno divenne molto amico del segretario Fernando Vona e pian piano si conquistò la fiducia della società, legandosi molto con Tommaso Maestrelli. Il tecnico lo invitava sempre più spesso al campo di allenamento. Dopo tanti anni spesi a favore della squadra del cuore fu Giorgio Calleri, nel 1988 a proporgli il posto da Team Manager. Maurizio Manzini in un primo momento rifiutò, per poi accettare qualche mese più tardi. Nei suoi occhi il racconto di mille storie di Lazio, specchio di tante pagine biancocelesti che hanno fatto la storia della società romana. Nelle sue parole l’Amore, con la A maiuscola, mai tradito per la sua squadra del cuore.

L’ARRIVO ALLA LAZIO 

“Lavoravo a Milano in un’altra compagnia aerea ma mi richiamò a Roma l’Itavia. Appena visionai la lista dei clienti vidi che c’era proprio la Lazio. Fu la prima società che contattai. In quei giorni stavano organizzando la trasferta a Bergamo dove volava la mia nuova compagnia, così andai con loro. Tutto andò bene e al ritorno a Roma dopo aver salutato tutti i giocatori Maestrelli mi guardò e mi disse: ‘Allora Manzini martedì ci vediamo al campo’. Da allora iniziò una fruttuosa collaborazione. Cominciai ad andare a Tor di Quinto e iniziai ad aiutare mettendo a posto il magazzino, inventariando i materiali e tanto altro. Nel 1976 diventai dirigente dell’American Express ma il legame con la società biancoceleste stava diventando sempre più unito. Nel 1988 mi chiamò Giorgio Calleri, il tecnico era Gigi Simoni. Mi disse che volevano ristrutturare la società istituendo la figura del team manager, come fatto in precedenza dal Milan con Ramaccioni. Accettai l’offerta rinunciando ­a un posto di lavoro sicuro e di prestigio. Ho sempre pensato che se riesci a trasformare la tua passione in un lavoro sei un uomo fortunato”.

LA PRIMA PARTITA CON LA LAZIO

“Perdemmo ad Empo­li, arbitro Magni. Beccai settecentocinquantamila lire di multa dal giudice sportivo perché i giocatori avevano i tacchetti troppo alti e il team manager doveva essere il garante del regolamento!”.

IL RITIRO PIU’ PARTICOLARE

“Sicuramente l’anno dei meno 9 con Fascetti fu un’annata fantastica. Ricordo ancora che quando arrivammo a Gubbio con il pullman per il ritiro estivo, l’hotel dei Cappuccini era chiuso per restauro. Il proprietario dell’albergo ci aveva dato la fregatura. Per fortuna che grazie anche a Gabriella Grassi, riuscimmo a risolvere la situazione e il ritiro andò bene comunque”.

IL DERBY PIU’ SIMPATICO

“1-0, gol di Signori. Nel finale per la tensione scambiai una punizione per il fischio finale e corsi in campo per festeggiare. Poi rendendomi conto che la partita non era ancora conclusa sono uscito dal campo facendo finta di niente. Mazzone, in panchina, mi guarda e fa: ‘Ah Manzì, ma ’ndo * vai???'”.

I GIOCATORI PIU’ AMATI

“Sono stati tanti. Da ragazzo Bob Lovati e Nello Governato. Poi Chinaglia, dopo di lui Signori, Marchegiani, Peruzzi, ma farei un torto agli altri non citandoli. Ma nessuno si offenderà se più di tutti ricordo Mario Frustalupi. D’estate, quando la moglie restava al mare a Genova, mi chiedeva di andare a dormire a casa sua. Non ce la faceva a restare solo. Eravamo legatissimi. E poi Paul Gazza Gascoigne. Avevo appena comprato una Lancia The­ma, un giorno me la rubò a Tor di Quinto riuscendo a nasconderla in palestra. La porta era strettissima, appena solo due metri. Ancora devo capire come avesse fatto. Io impiegai più di un’ora per tirarla fuori senza uno sgraffio!”.

GLI ALLENATORI DELLA LAZIO

“Tutti grandi allenatori. Mi sono trovato bene con tutti e da tutti ho imparato sempre qualcosa. Ricordo con molto piacere Fascetti, Zoff, Eriksson, Mancini, Delio Rossi e Zeman. Anche con quest’ultimo ebbi un bel rapporto tanto che, quando passò alla Roma, in società mi fecero uno scherzo. Venni convocato in sede dalla figlia di Cragnotti, Elisabetta, che mi disse che il presidente romanista aveva contattato il padre per portarmi in giallorosso. Ascoltai la proposta, tra l’altro molto allettante, ringraziai e rifiutai dicendo di sentirmi solo laziale. Solo a quel punto De Mita e Cellini entrarono nella stanza spiegandomi che era stato solo uno scherzo. Ma io non ci avrei pensato neanche per scherzo a una cosa del genere”.

SEGUICI ANCHE SU TWITTER

Continua a leggere

Articoli più letti