La vittoria contro il Frosinone è stata celebrata come punto di partenza, ma a rubare la scena è stata una frase netta di Gennaro Gattuso:
“Se fosse stato Zaccagni dell’anno scorso si sarebbe fatto buttare fuori…”
Detta così, quella battuta non è solo una presa di posizione su un episodio isolato in campo: è la cartina al tornasole di un fastidio che i tifosi respirano da tempo. Per chi segue la squadra non è solo questione di episodi arbitrali, ma di una narrazione che sembra dipendere più dalla fama del giocatore che dalla coerenza delle decisioni. Quando la percezione pubblica conta più della regola, il tifoso si sente preso in giro.
Chi decide le priorità?
Il problema non è solamente l’arbitro: è la gestione complessiva del club. La Società Sportiva Lazio|la Lazio continua a muoversi come un’azienda che cura il brand prima dei comportamenti, e la dirigenza e calcio moderno|i Manager sembrano spesso impegnati a vendere immagini più che a costruire una cultura di squadra. E poi c’è Claudio Lotito|il Patron, figura onnipresente nei titoli: si può criticare il modello senza dubbio di business, senza però trasformare l’osservazione in insulti personali. La critica qui è politica e gestionale: salari, comunicazione, scelte di mercato e tolleranza disciplinare sono segnali che parlano al tifoso comune, che vorrebbe vedere più rigore dove oggi si coltiva l’immagine.
Gattuso, da parte sua, è l’allenatore che deve mediare tra teatrini mediatici e risultati sul campo: non può né deve diventare l’addetto alle giustificazioni. Se la squadra migliora in campo, bene; ma se la percezione di favoritismi o di arbitrarietà resta, la vittoria vale meno. I tifosi pagano biglietti, abbonamenti e trasferte; vorrebbero vedere coerenza, rispetto delle regole e una società che prende sul serio la propria responsabilità sportiva e sociale. Parole come quelle di Gattuso servono almeno a ricordarcelo: la pazienza ha un limite, e la pazienza dei tifosi non è un conto corrente da cui attingere all’occorrenza.