La rivelazione è piccola ma fastidiosa: Paolo Maldini, in un colloquio con il Corriere della Sera, ha confermato che nella scelta del commissario tecnico la lista dei papabili non era esattamente un elenco aperto e meritocratico. Oltre al nome di Andrea Pirlo, emersero proposte come quelle di Daniele De Rossi e Fabio Grosso; e, come spesso accade in questi casi, non è mancato chi dall’alto del palazzo federale ha fatto sentire la propria preferenza. Non è una sorpresa scandalosa: è la conferma di un vizio antico del calcio italiano, dove le successioni si decidono a porte chiuse e le logiche di apparato prevalgono sul merito e sui percorsi certi.
La fiducia dei tifosi si costruisce (e si perde) altrove
Qui sta il punto: i tifosi pagano biglietti, abbonamenti e speranze; i club e la Federazione si permettono il lusso di discutere candidature come se fossero mosse in una partita a scacchi tra notabili. Quando decisioni delicate — la guida tecnica della Nazionale non è un ruolo simbolico — vengono prese senza chiarimenti pubblici, la credibilità cala. Non è questione di nomi: Pirlo, De Rossi e Grosso sono figure rispettabili, con percorsi diversi e meritocratici difficilmente contestabili a priori. Il problema è che la scelta sembra spesso il frutto di equilibri di potere e mediazioni, non di un progetto chiaro e condiviso. E la Federazione, guidata da chi siede nelle stanze che tutti conoscono, avrebbe il dovere di spiegare pubblicamente criteri e tempistiche, non di trasformare tutto in un teatrino rumoroso e opaco.
Criticare questa modalità non è punire le persone convocate sul tavolo: è chiedere rispetto per l’istituzione nazionale e per chi sogna la maglia Azzurra. Se la politica sportiva rimane il regno delle cordate e delle mediazioni, il risultato è sempre lo stesso: scelte che finiscono per accontentare interessi e non necessità tecniche, comunicazioni fumose e tifosi più disorientati che orgogliosi. Forse servirebbe un cambio di paradigma: procedure più trasparenti, tempi certi e un confronto pubblico sui progetti tecnici, così che la nazionale torni ad essere un bene collettivo e non un premio di consolazione per le convenienze di turno. Fino ad allora, possiamo solo assistere al balletto — e indignarci ogni volta che il sipario si chiude senza spiegazioni.