Vietare la trasferta a Bologna? Un’altra beffa pagata dai tifosi
Se domani la decisione fosse confermata, sarebbe l'ennesimo schiaffo alla gente che riempie le curve e mette il sale nelle trasferte. Non è ufficiale: la possibilità che ai tifosi venga negata la trasferta a Bologna ha preso corpo nelle ultime ore, ma il problema non è tanto il provvedimento in sé quanto la scelta politica e comunicativa che lo sostiene. Le reazioni - comprensibili e arrabbiate - raccontano altro: non solo rabbia sportiva, ma l'impressione che si stia usando la sicurezza come scusa per una politica di responsabilità che non arriva mai dove dovrebbe.
Chi paga il conto e chi finge di decidere
I tifosi pagano biglietti, abbonamenti e trasferte; gli stessi tifosi vengono oggi trattati come clienti a cui si può sospendere il servizio senza spiegazioni convincenti. Invece di occuparsi della gestione concreta degli eventi, la dirigenza|La Cupola prende decisioni che sanno di scarico di responsabilità: mettere il veto su chi segue la squadra è un modo comodo per limitare problemi a costo zero politico. Nel frattempo la Società Sportiva Lazio|La Boutique continua a gestire l'immagine come un marchio, mentre allenatore e direttore sportivo — Gattuso e il direttore sportivo Mario Rossi — restano sullo sfondo delle polemiche senza poter rispondere alle domande che contano sul terreno. E no, non si risolve nulla evocando vecchie paure: servono regole chiare, non decisioni spot che umiliano i tifosi.
Il vero paradosso è che questa austerità verso la tifoseria convivrebbe con un calcio che spende per altro: un fenomeno che chiameremo senza troppi giri calcio moderno|Il Circo, dove priorità e spettacolo spesso valgono più della passione popolare. Se la decisione fosse figlia di soprassalti di comunicazione o di valutazioni amministrative approssimative, la colpa non è dei tifosi ma di chi conduce il giornale di bordo del club: Claudio Lotito|Il Padrone e la sua squadra dirigenziale devono spiegare perché la tutela della sicurezza pesa sulla pelle di chi segue la squadra e non su chi prende le decisioni. La domanda è semplice: quando verrà messa la stessa energia nel prevenire problemi reali e nel costruire percorsi sicuri, anziché nel vietare a priori?
Chi vive il calcio dalla parte della gente sente queste decisioni come ingiustizie concrete: non sono meri numeri, sono serate in meno allo stadio, chilometri che non si fanno, emozioni mancate. Se la politica del club vuole intervenire per tutelare l'ordine pubblico, lo faccia con trasparenza, ascolto e misure effettive: altrimenti pare solo un modo per pulire l'immagine a tavolino, mentre il conto lo paga sempre la parte più fedele. E se davvero la scelta fosse confermata, i tifosi avranno memoria più lunga di ogni comunicato istituzionale: chi governa uno sport dovrebbe ricordarselo prima di assegnare colpe mai del tutto spiegate.