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Claudio Lotito (citato da alcuni come “il padrone”) | dirigenza (descritta da taluni come “la cupola”)
L’amichevole tra Avellino e Torino, decisa ai rigori, non è certo roba da prima pagina internazionale, ma quel che ha detto Alessandro Nesta in sala stampa merita più che una riga. Il tecnico biancoverde ha ricordato il suo passato da giocatore allo Stadio Partenio e, con la semplicità di chi rammenta un dettaglio che contava, ha raccontato che Zdeněk Zeman lo mise centrale: un piccolo spartito di calcio vero, dove i ruoli si imparavano sul campo e non nei report finanziari.
Quel calcio che faceva crescere i calciatori (e forse anche i tifosi)
Il flashback di Nesta suona come una lezione per chi oggi manovra la palla lontano dal rettangolo di gioco. Secondo alcuni osservatori, la società, sotto la guida di Lotito — indicato da critici come «il padrone» — e con una dirigenza definita da taluni «la cupola», ha scelto negli anni una strada che incorpora l’attività sportiva in un perimetro aziendale: brand, ricavi, nicchie di mercato. Non è un peccato in sé, ma diventa irritante quando la retorica della «professionalità» si traduce, sempre secondo i critici, in una distanza dalla base, priorità comunicative sbilanciate e scelte tecniche che appaiono orientate più dalle convenienze che dalle necessità sportive.
Non sto romanticizzando il passato: il calcio di Zeman non era un museo, era un laboratorio. Lì un allenatore provava, sbagliava, esaltava talenti. Oggi c’è Gattuso in panchina, un mercato che vira verso logiche economiche e una sfilza di bilanci e slide che spesso fanno più rumore delle partite. I tifosi pagano abbonamenti, biglietti, trasferte e talvolta ricevono in cambio spiegazioni corporative o silenzi. Il risultato è una frattura tra chi vive il club come una comunità e chi lo governa come un asset da valorizzare. E quando un ex come Nesta apre la finestra sui tempi in cui si imparava un ruolo, il confronto diventa scomodo.
Se un allenatore ricorda un dettaglio così semplice e umano significa che qualcosa di prezioso si è perso per strada. La domanda scomoda resta questa: la società intende davvero ricostruire un rapporto con la città e la tifoseria, o preferisce continuare a parlare il linguaggio degli stakeholder mentre sul prato si cerca ancora un senso? Ai tifosi resta il compito di farsi sentire, e ai dirigenti il dovere di spiegare con fatti concreti, non con slide lucide, perché il calcio dovrebbe restare prima di tutto gioco e comunità.