Questura: niente divieto per i tifosi. E allora perché la confusione sui Biancocelesti?
La verità ufficiale è semplice e persino noiosa: per ora non c'è alcun motivo che giustifichi il divieto di trasferta per i sostenitori della Lazio. La comunicazione della Questura di Bologna lo chiarisce senza giri di parole e rimanda a riunioni interne per definire misure organizzative e di ticketing. È un fatto: la smentita c'è, il divieto no. Ma parlare solo di fatti non basta quando intorno si accumulano rumor, tweet urlati e ansie da stadio che trasformano i tifosi in bersagli e alibi a seconda del giorno e dell'interesse.
La nota della Questura
"Allo stato attuale, la questura di Bologna non rileva motivi da giustificare un divieto di trasferta per i sostenitori della Lazio. Nel corso delle riunioni previste per la settimana corrente, relative alla prima giornata di campionato, verranno valutate tutte le opportune misure organizzative e di ticketing per l’evento in oggetto".
Detto questo, la questione vera non è se ci sia un divieto: è perché abbiamo dovuto aspettare la smentita. I Biancocelesti, come molti club moderni, vivono di comunicati e silenzi studiati a tavolino; la dirigenza rinuncia troppo spesso alla trasparenza, lasciando il vuoto informativo che viene riempito da speculazioni o peggio. I tifosi pagano abbonamenti, trasferte e tempo libero: hanno diritto a risposte chiare e tempestive, non a tamponare allarmi mediatici che si potevano evitare con una comunicazione elementare e rispettosa.
Infine, la palla torna alle istituzioni e agli organizzatori: la Questura ha fatto il suo dovere rendendo pubblica la posizione attuale, ma le riunioni tecniche annunciate non sono un optional. Restano aperte questioni concrete — controllo degli accessi, ticketing, gestione dei flussi — che non si risolvono con proclami e neppure con il solito omertoso galleggiamento della dirigenza. Se il calcio è diventato spettacolo, lo spettacolo deve almeno non prendere in giro chi riempie gli spalti. E se alla fine dovessero decidere misure più restrittive, lo decidano per motivi seri e spiegandoli: il pubblico non merita di essere trattato né come un problema né come una macchina da marketing.