L’Italia si prepara a un’altra estate da protagonista: dati e segnali parlano di turismo record, ma l’altra faccia della medaglia è chiara e fastidiosa: il personale di front‑line, quello che accoglie, pulisce, cucina e guida, è introvabile. Non è una fatalità naturale, è il risultato di decenni in cui la formazione professionale è stata trattata come un optional, i percorsi tecnici smantellati, le politiche del lavoro pensate più per l’effetto‑immagine che per il funzionamento reale. Quando le strutture sono piene ma le competenze mancano, vince la propaganda e perdono famiglie, stagionali e perfino i turisti che si aspettano il minimo sindacale di professionalità.
Il Paese che regala spettacolo ma non insegna mestieri
Qui entra la contraddizione che mi fa arrabbiare: in un’Italia dove il calcio moderno detta l’agenda mediatica e il marketing, certe élite — La Lazio inclusa — hanno imparato a trasformare tutto in vetrina. La squadra, la tifoseria, gli stadi diventano palcoscenico perfetto per affari, sponsor e narrative vincenti; la formazione di base, quella che produce cuochi, camerieri, receptionist e manutentori, resta sullo sfondo. Il Patron e La Dirigenza sono emblematici di un modello di gestione che ama i riflettori e i bilanci esibiti, ma fatica a investire nei circoli virtuosi che tengono insieme le città: scuole professionali, apprendistati e incentivi locali. Non sto facendo una querela personale, sto osservando una scelta di priorità — politica e culturale — che vale per club, imprese e istituzioni.
La soluzione non è misteriosa: servono percorsi di formazione seri, contratti stagionali dignitosi, incentivi per chi assume e sperimenta percorsi duali scuola‑lavoro. E servono responsabilità pubbliche chiare: se il sistema turistico è un motore di ricchezza, la collettività ha il diritto di chiedere che quella ricchezza sia accompagnata da politiche reali di lavoro e inclusione. Perché continuare a applaudire il successo delle presenze se poi il Paese non è capace di offrire servizi adeguati? E soprattutto: continueremo a far finta che a risolvere tutto bastino le campagne social delle squadre e qualche conferenza stampa di circostanza, oppure chiederemo a chi governa e a chi comanda nei grandi marchi — con La Lazio sul palco e Il Patron dietro le quinte — di mettere mano al portafoglio e alla testa?